Una seconda possibilità




Dammi una seconda possibilità. 
Questa frase si divide equamente il suo utilizzo spesso tra amore e lavoro. Una seconda possibilità. Strada nuova in cui si fa finta di cancellare tutto. Oppure davvero ci si riesce, in una lobotomia che cancella ricordi che fanno male. 
Spesso è concessa con disillusione e quasi con un termine netto, quando sono gli altri a dovercela dare. 
Ogni tanto però questa biforcazione inaudita ci viene concessa dal destino. mentre siamo lì a guardarci le unghie sporche dell’ennesimo pozzo di fallimento scavato a mani nude, ecco che un capriccio di un burattinaio indulgente, ci fa aprire una strada. A volte abbiamo bisogno di farci sbattere un condominio di porte in faccia, per scoprire che la cantina era molto, molto più bella. 
Attendiamo a volte con uno stupore a metà tra ultima spiaggia e meraviglia da bambini che ci si spalanchi un nuovo meraviglioso percorso. 
Una seconda possibilità la ebbe Evgheni. Un ragazzo russo. A sedici anni amava il calcio da impazzire, il suo sogno era fare il portiere nella squadra per cui tifava. Ebbe questa opportunità durante un provino. Ma il giorno prima aveva scoperto il fascino seducente e avvolgente della vodka. Arrivò all’allenamento completamente ubriaco e fallì. Con un fare a metà paternalistico e sarcastico, l’allenatore gli chiese che cosa altro sapesse fare oltre a giocare a pallone.
So scrivere poesie -  rispose. 
Ecco, bravo, allora continua con la poesia - chiosò l’allenatore. 
Mentre Evgheni andava via sconfitto e ancora in preda ai postumi della sbronza, venne provinato un altro ragazzo. L’allenatore pensò che avesse stoffa e lo prese in squadra. 
Forse il sunto delle seconde possibilità potrebbe trovarsi in questa vicenda appena narrata. 
Già perchè Evgheni continuò davvero con la poesia. Di cognome faceva Evtushenko. Uno dei più grandi poeti e romanzieri russi, candidato anche al premio Nobel. 
E però la storia narra che al suo posto come portiere alla Dinamo, fu preso un ragazzo che si chiamava Lev Ivanovic. 
Il cognome era Yashin. Uno dei più grandi portieri della storia. Soprannominato il Ragno nero, per la sua agilità e per il fatto che vestiva sempre di quel colore. Campione d’Europa con la Russia, ma ciò che più conta, pallone d’oro nel 1963, unico portiere, finora, a vincerlo. Curiosamente lo vinse nello stesso anno in cui Evtushenko fu candidato al Nobel, alle volte il destino. 
Già, il destino, donatore capriccioso di seconde possibilità e grande tessitore di trame avvincenti sulle esistenze umane. 
Trame che sembrano ragnatele. Fatte da un Ragno. Nero magari. 


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