Dark soul



Non ho mai creduto agli esseri umani con una linea continua. Quelli che si sforzano di apparire sempre fedeli a se stessi, coerenti e pronti a dispensare perle di saggezza e di esperienza, così come non credo al loro specchio sempre pulito. Credo invece ad una Dark Soul, una stanza buia in cui ogni essere umano suda i propri desideri, o si raggomitola in un angolo come quando era bambino ed una tenebra di piovra inchiostrata lo aggrediva e guai se piangeva. Ormai è un’epoca in cui vai fuori e sopporti l’onda d’urto, ma torni a casa e non sai perchè a volte ti viene da sorridere, altre guardi la tua stanza con il desiderio di non uscire più dalle coperte, è la vita bellezza, che ti piaccia o no, ogni giorno è un sorteggio, una riffa manovrata male, un gioco delle tre carte. Ma il più delle volte tieni botta, eccome. A volte tiri fuori le zanne, a volte torni a casa con la scapola piena di denti del predatore di turno. Per questo non credo alle serpi delle buone maniere fluenti, per questo, mentre magari leggo un giornale e sento un nome, mi piace capire che cosa sia la musica che sente, che traino abbia per continuare la sua storia quell’essere umano.
Ad esempio ne leggevo sulla rivista Contra-Ataque di questo signore qui, si chiama Eduardo Dos Reis Carvalho, per gli amici Eduardo e basta. Fa il portiere. Di nazionalità portoghese. Uno di quelli che il suo filo lo stava stendendo bene, onesta carriera, vita senza note particolari. Anzi, quel filo stava diventando un ottimo cordone da scalata, visto che ad un certo punto, nel 2010, il mondo si accorse di lui. Ottimo portiere con la sua nazionale. Sguardo attento, concentrato. Guadagna l’onore delle armi, perchè la squadra verrà eliminata da quella che poi sarà campione del mondo, la Spagna. Insomma, perdere di misura contro chi si arrampicherà spesso sul tetto del mondo ci può stare. Ma c’è sempre quella stanza, quella dark soul. Eduardo decide per una nuova squadra, dove andare a dispensare sicurezza e classe. Il Genoa.
Invece quello che arriverà sotto la lanterna, sarà la controfigura sbiadita del portiere autorevole e sicuro che si era visto. I tifosi leggono in lui uno sguardo triste, la squadra lo sostiene, lui non dirà mai nulla sopra le righe. Eppure sarà quello il momento in cui finalmente verrà fuori qualcosa. In molti cercheranno una spiegazione di questo inceppamento, in molti vorranno capire, forse un collegamento c’è. Quando il trauma ritorna, è come un fulmine che ti colpisce sempre e ovunque, ma non sai mai quando. Eduardo, da ragazzino a 16 anni, stava viaggiando col padre, per andare a comprare dei guanti da portiere nuovi. Un destino travisato da incidente stradale sorteggerà lui come fortunato, chiedendo però in tributo suo padre. Qualcosa che lento, ha macinato dentro di lui. Eduardo non nega e non afferma, ma qualcosa si spezza e quella sicurezza sfugge come un topo dispettoso nella tana. Adesso convive con la sua stanza buia, guardando trionfi altrui come portiere di riserva.
Come dissi, non credo a nessuno che abbia una linea continua e incorruttibile, credo molto di più a fragilità che a volte dipendono da una stanza buia spalancata, a volte mitigate da una porta socchiusa, a volte, quella porta è da calcio. Come per Eduardo.

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