Dammi un minuto




In un minuto possono succedere tante cose. Un minuto è prezioso, è una nota incastrata nella musica ignobile o armonica dell'esistenza.

In un minuto decollano 58 aerei, nel mondo.
Si creano e distruggono 120 milioni di globuli rossi nel nostro corpo. Non facciamoci il sangue amaro.
116 persone si sposano, felici di farlo. Magari il minuto dopo un po’ meno.
Circa due persone divorziano. Ma non sono quelle che un minuto dopo ci hanno ripensato.
2 milioni e passa di persone cercheranno qualcosa su Google. E si può immaginare con che prevalenza di preferenze.
Si consumeranno 25 milioni di prodotti della Coca cola. Pensate i rutti.
Il sole produce 83,33 terawatt di energia.
Si consegneranno 11.000 pacchi, aspettati da persone che magari ricevono un libro o un sex toy, quindi il minuto dopo, lo passeranno comunque molto più gradevolmente.
83.000 persone faranno l’amore. E qualcuno si chiederà perchè minchia non rientra mai in quel numero.
produrremo 2.468.000 kg di spazzatura, pensando che tanto “se lo butto lì, non cambia un cazzo, va tutto dalla stessa parte”.
Caricheremo 243.000 foto su Facebook, lo chiamano anche “effetto bocca a culo di gallina”, per motivi misteriosi.
Cadranno 1,38 micrometri di pioggia, se li conservassimo, riempiremmo 4,7 miliardi di vasche da bagno al minuto, ma quello accanto a voi non lo sa e continuerà a non lavarsi le ascelle.
Batteranno quasi all’unisono 7 miliardi e passa di cuori, per motivi svariati avranno velocità diverse, ma se soltanto pensate alla poesia roboante del suono, forse cogliete qualche scheggia di bellezza della vita.
6000 fulmini colpiranno la terra, ma nessuno finirà dove pregate tanto che finisca. Non sperateci.
Moriranno 108 persone, altre 144 cambieranno casa. E questo è un po’ come far morire comunque una parte di sè.
258 bambini nasceranno, speriamo fortemente voluti. 258 miracoli in un minuto.
si svilupperanno 250mila neuroni nel cervello di un bimbo in formazione. Poi ne verranno usati molti, molti di meno in maniera assennata, ma quella è un’altra storia.
La terra si farà il mazzo a girare intorno al sole per 1800 km. E nonostante la distanza sarà sempre tonda. E non dimagrirà, per fortuna nostra.
Tutto questo in un minuto.
Pensate che bellezza.
Potremmo coglierne tutta la poesia.

Peccato che quello stesso minuto, qualcuno lo impiegherà per cagarci il cazzo. E così, addio poesia.

Paulo e il suo cuore



Si può vincere in molti modi. Uno di questi è non entrando neanche in un campo da gioco, anzi facendo di tutto per nascondersi. Si dirà: “ma come? Il requisito fondamentale è metterci la faccia e il nome, in ogni traguardo.”.

Invece alcune volte la discrezione porta a gesti inaspettati, molto più belli di quelli sbandierati. E vengono da persone che sono riuscite ad educare il loro essere protagonisti, che vengono dalla strada, che sanno cosa significa fare sacrifici. Paulo Dybala è uno di questi. Già per origine, visto che il nonno è dovuto fuggire dalla Polonia per riparare in Argentina all’alba del conflitto mondiale. E perchè a 15 anni Paulo perde il padre che lo sognava calciatore, per un tumore. Il papà si faceva un’ora di macchina per portarlo agli allenamenti ogni giorno, perchè Paulo senza un pallone non viveva.

Il resto è attuale, ma c’è una parte nascosta, venuta fuori per caso. Dybala è sempre il primo a partecipare ad eventi benefici della Juve, va spesso all’ospedale Regina Margherita a Torino a trovare i bimbi ricoverati in oncologia. Si può solo immaginare per chi ha nel cuore il ragazzo argentino e la voglia di somigliargli, cosa significa, la botta di adrenalina, in più finanzia e contribuisce a molte iniziative, non volendo però che si sappia, infatti sono voci di corridoio autorevoli. Ma questo, e già sarebbe abbastanza, è il Dybala ufficiale.

Ma Paulo è uno che fermo non ci sa stare proprio. L’inverno scorso ha coinvolto anche Manuel Iturbe del Toro a farsi un giro con lui. Felpa, jeans e senza farsi riconoscere hanno camminato per le strade di Torino insieme alla comunità di Sant’Egidio, per dare conforto ai clochard della città, insieme a del cibo caldo. Lo ha fatto senza pubblicità. Ma al ritorno a casa, di una delle sue scorribande anonime di volontariato, lo hanno riconosciuto e gli hanno chiesto di fare una foto, dicendogli se potevano dire cosa faceva. Paulo si è fatto due conti e ha detto di sì, se non altro così sperava, come ha detto lui stesso di sensibilizzare sul tema. Ma non è tutto. Oltre al volontariato anonimo, Paulo ogni tanto prende quello che ha nella credenza di casa e va in giro con la fidanzata a offrire cibo e una parola a chi vive la notte povera di una città. Spesso senza farsi riconoscere.

Vero, a volte meglio non dire chi sei, se fai del bene. Tanto vale il gesto, enorme, di un ragazzo che non ha perso di vista il mondo. A proposito, se lo incontrate per strada e lo fermate, lui accetta volentieri, fa autografi e foto. Odia solo una cosa, che lo disturbino mentre pranza con la famiglia, in ristorante. Accetta lo stesso tutto, ma non sorridendo. Vagli a dare torto, no?

Il pescatore che insegna gli addii



Quando ci rendiamo conto che un rapporto è alla fine, si innesca spesso un meccanismo perverso. Attaccarsi agli sfilacciamenti, non rassegnarsi al fatto che ormai bisognerebbe solo tatuare la parola fine e lasciare tutto il più possibile integro. Niente recriminazioni, niente versioni parziali della storia per avere un pubblico consenziente.

Esistono molti modi di dire addio, alcuni sono psicodrammi veri e propri, il termine di amicizie e amori viene innalzato a crimine contro l’umanità. Noi siamo la parte lesa, i martiri. Uno dei modi meno cruenti del salutare qualcosa di bello, forse è togliere gradualmente. Accorgersi che alcune tessere non coincidono, che il mosaico non sta venendo come vorremmo e pian piano provare a recuperare qualcosa di nostro. Può succedere ogni giorno, per una frase sbagliata, un comportamento rivelatore, una condotta che non ci trova d’accordo. Nessuno ha ragione e nessuno ha torto, solo non si è confluenti e non si sente quella simbiosi di fiducia e sentimento. vale ovunque, nel lavoro, nella vita a due, ovunque. Se si è bravi e misurati, ci si ferma in posti più riparati.

Che ogni tipo di realtà sia a volte da alleggerire fino all’osso, ce lo può insegnare questo signore qui. Josè Salvador Alvarenga. Un giorno di novembre del 2012, Josè parte per fare il suo mestiere, il pescatore. Da Costa Azul in Messico, fa i suoi bagagli per una battuta di un giorno e mezzo. Porta un aiutante. Ezequiel Cordoba, definito in maniera poco ottimistica più bravo come calciatore che a pescare. Scoppia una tempesta e i due uomini diventano la pallina del flipper oceanico. Sballottati ovunque. In quel frangente iniziano le prime operazioni di rinuncia per salvarsi. Attrezzatura, vestiti, casse per contenere il pescato, tutto in mare.

Calmatasi la bufera, i due si trovano a fare i conti con quello che c’è, raccolgono recipienti di plastica in mare per bere acqua piovana, pescano a mani nude e mangiano pesci crudi. Il ragazzo più bravo a calcio che a pescare, muore per avvelenamento alimentare. Josè non si rassegna, come quegli innamorati che ancora si sentono parte di un amore vivo. Gli continua a parlare per giorni, continua a raccontargli storie. Finchè un giorno si bagna i capelli per riprendersi dal sole cocente, realizza che è finita e lo butta in mare. Dopo vari momenti di sconforto, Josè decide che se proprio questa è la vita che lo aspetta, non vuole assecondare una morte lenta. Amplifica i suoi sensi e comincia a far muovere la barca “sentendo le onde”, come educano in Polinesia.

A quel punto comincia una storia surreale. Una navigazione di 6700 miglia per 438 giorni, fino all’approdo in Micronesia. Vivo e irriconoscibile e tra i più begli episodi, le conversazioni con uno squalo balena, che si avvicina alla barca e si lascia toccare e accarezzare. Josè, che gli squali li cacciava, inizia a fare amicizia col “diverso”, che gli dà un aiuto insperato e un sostegno involontario. Fino al suo salvataggio.

La sua normalità dopo quel viaggio gli risultò pesante pari a quella di Ulisse, diceva che il soffitto di casa lo metteva a disagio, al contrario della volta di stelle vista per più di un anno. Josè non era più quello che era partito.

Forse è di lui che dovremmo ricordare le gesta. Quando nella nostra navigazione quotidiana si rende necessario il distacco. Alleggerire da ciò che serviva ma ora fa male, rassegnarsi che chi abbiamo davanti non è più come ci aspettavamo, magari non per forza per colpa sua. E non arrendersi, che magari qualcosa di bello, un amico insperato ed un cielo di stelle, sono lì a farci da stampella. Sta a vedere che impariamo come sopravvivere alla vita di sempre, da un pescatore itinerante.

Cara Nessie




Cara Nessie. Così ti chiamano, visto che pensano che tu sia femmina. Da secoli sei la vita nascosta di un lago suggestivo. Loch Ness. Scozia. Leggenda vuole che tu fossi un animale preistorico rimasto incastrato nel lago, anche se a questo punto sarebbe meglio pensare almeno ad una coppia. Ma tant’è, sulle leggende non si fa i precinsinimaestrini. E certo l’immagine di due elasmosauri Che si accoppiano non è proprio conciliante il sonno. Già perchè questo dovresti essere. Un elasmosauro. Imparai questo termine a sette anni, leggendo libri sugli animali preistorici. Volevo fare l’archeologo, pensa tu.

Dicono tu sia un mostro. Perchè sai, qui siamo facili ad etichettare. Il mostro saresti tu e dovresti inquietare e fare paura, ma anche suggestione. Sì, se esistessi davvero, la gente dovrebbe aver paura per la mole e per la cattiveria. Perchè leggenda ti dipinge non sempre di buon umore. Eppure dalla notte dei tempi, non uno ha avuto guai con te, da quando parlano di averti avvistato. Anzi uno sì, ma parliamo del 566, un monaco racconta di una bestia enorme che aggredì un uomo. E poi un santo scongiurò che essa continuasse la strage. Non è che nel 566 l’informazione fosse precisa e celere come adesso. Ma è bastato per fare di te un mostro capace di uccidere. Gli avvistamenti successivi ti dipingono placida nuotatrice. Ma non basta. Sei un mostro.

Da che pulpito, potresti risponderci. Noi ti diamo del mostro, noi che ingessati in abiti gessati, ubbidiamo a regole strane, noi che decidiamo se uno è buono o cattivo soltanto perchè viene da una direzione piuttosto che da un’altra. Noi che dimentichiamo i figli immersi nei loro battesimi del fuoco con questo mondo, perchè dobbiamo aggiornare il profilo social in cui diciamo quanto amiamo i nostri figli. Che consideriamo la donna un oggetto da possedere tanto da disporne di diritto di vita, ma poi critichiamo i paesi dove la donna è un oggetto da possedere tanto da disporne di diritto di vita. Che basiamo le nostre amicizie sull’appartenenza politica, perchè i pregi e i difetti di una persona sono concentrati in una tessera con una sigla, non nell’uomo. E a me viene in mente l’amicizia tra Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che erano di idee politiche opposte, ma chi se ne accorgeva.

Gli studiosi nel corso del tempo si sono sperticati a dimostrare le tante ragioni per cui non dovresti esistere, scarso cibo, mole troppo grossa, età avanzata. Già perchè se non restiamo ancorati alla realtà non siamo tranquilli, se anche ci sia una parvenza di sogno o di favola che ci fa stare un po’ tesi. No, meglio la realtà che è molto molto peggio.
Per tanto tempo non ti sei fatta vedere, forse eri stanca, o forse avevi paura, magari sai come gira da queste parti e ritieni che startene nelle tue caverne sia di gran lunga meglio, chissà, se esisti sei anche madre, figurati se ti trovano che fanno. Sono capaci di celebrarti mentre ti vivisezionano, cercheranno nel tuo privato, se hai avuto una vita onesta, o se magari ogni tanto hai fatto affondare un battello perchè in fondo si dimostri che sei una potenziale assassina. Questo si fa qui, sappilo. Ti elogiano, ma per capire dove colpirti, ti esaltano, ma poi ti odiano per averti portato in alto. Ti blandiscono e poi raggiunto quello che vogliono vanno via.

Proprio in questi ultimi giorni due turisti hanno detto di averti vista, ti hanno anche filmata. Ti parlo col cuore in mano Nessie, non farti vedere, non mostrarti nemmeno per sbaglio. Perchè se ti trovano ti servirà un coraggio al limite estremo per affrontare la bestia peggiore, il mostro bipede e intelligente, noi. Lascia perdere, non vale la pena, se esisti, rintanati.

Perchè è meglio così, cerca di essere come il bello dell’animo umano, nessuno sa se ci sia davvero, ma ogni tanto appare, così, per caso. Come te.


Un calzino

Un calzino restò solo
nel lavaggio prese il volo
il compagno di una vita
la sua parte assortita
lo cercò senza successo
Sconfortato disse “e adesso?”
Venne a lui una maglia nera
“che succede questa sera?”
Il calzino disse solo
“mio fratello ha preso il volo
era bianco, immacolato
come un cane mi ha lasciato
ma non sono affari tuoi
sai il proverbio “moglie e buoi?”
E la maglia si intristì
a sentirsi dir così
lei sentiva di aiutare
non sfiducia provocare.
arrivò una canottiera
chiacchierona e salottiera
di un colore rosso acceso
e il calzino vide teso
“forse ho visto dove è andato
tuo fratello sventurato”
ma la frase non finì
che il calzino la aggredì
“chiesto ho forse il tuo parlare?
Non mi devi aiutare
non ti voglio accanto a me
Non mi fido e sai perchè?
Il colore tuo vivace
non lo voglio, non mi piace
sei invadente e macchi tutto
io divento stinto e brutto
mio fratello era bianco
di vedervi era stanco
di sicuro è scappato
prima d’esser poi macchiato.
E il colpevole chi è?
Non son io, sei te e te!”
additati, i due vestiti
se ne andarono contriti.
Il calzino cercò ancora
fino a quando, alla buon’ora
spuntò fuori suo fratello
con sorriso molto bello
il fratello contrariato
disse quanto capitato
dell’aiuto rifiutato
dal diverso maltrattato
il fratello male prese
che il calzino fu scortese
disse “caro mio fratello arcigno
se l’aiuto è benigno
rifiutarlo ha un brutto verso
con la scusa del diverso
questa vita, mamma mia
è una lavabiancheria
ci sballotta e ci disperde
c’è chi vince e c’è chi perde
ma fratello mio col cuore
non vedrai solo un colore
Dentro al mare, in un battello
non c’è solo tuo fratello
ci son tanti altri colori
che si vedono da fuori
ogni tinta che si unisce
poi non stinge, ma fiorisce
la tempesta in un cestello
poi finisce e torna il bello
e con cielo più sereno
noi saremo arcobaleno

Un quarto d'ora




Un quarto d'ora.
In un quarto d'ora finisce un amore, viene sbattuta al mondo una vita dopo le contrazioni di madre.
In un quarto d'ora si chiudono porte lasciate aperte alle persone sbagliate. Un quarto d'ora serve a capire un tradimento, una gioia realizzata, un traguardo. Esce sangue, entra aria. Viene vita. Vieni, per aver fatto l'amore. Un quarto d'ora chiede presenza, è un tempo che stringe ma non troppo, una vita che spinge senza intoppi.
Un quarto d'ora ha un traguardo breve, lontano ma non troppo, vicino per chi guida ma beve. In un quarto d'ora nasce una sciocchezza e muore la bellezza, si spegne un sorriso, in un quarto d'ora. Realizzi che hai perso, che il cielo è più terso. Che la tua vita cambia, ma non come volevi. Scrivi una poesia dopo l'amore, in quel quarto di vita. Puoi scegliere quel tempo come vuoi, in un quarto d'ora, ma non devi perderlo. O fare come Valentino. Non devi perdere. In un quarto d'ora, se il Toro stava perdendo, Valentino Mazzola capiva e sentiva. Capiva che doveva rimboccarsi le maniche e sentiva lo squillo di tromba mandato dalla curva. Era il segnale che bisognava scatenarsi.
Il Grande Torino finiva di guardarsi allo specchio e bearsi. E si sporcava le mani giocando con addosso un fantasma benefico e agguerrito. Incarognito e poco indulgente. In quel quarto d'ora il Grande Torino non ballava sulle punte e pungeva sui tacchetti. E metteva le cose a posto. Come piacerebbe fare a noi uomini tutti. In un quarto d'ora. Ma questo è consentito solo agli eroi. Un quarto d'ora di cui non sapremo mai i pensieri, quello che toccò le 17.05. Le lancette portarono le ali dell'aereo della squadra a Superga, dove si schiantarono. Annientando una leggenda. Il resto è storia. 4 maggio 1949.
Senza fine e senza perdita di memoria. Nemmeno di un quarto d'ora.

Roar





Guardatemi bene.
Lo so, l’immagine è sfocata, ma dovreste leggere qualcosa nei miei occhi. Un carattere scritto già scheggiato, ma chiaro. Un vetro incrinato ma non rotto in cui è stata scritta una parola.

La mia è una storia di salvezza. Sono una tigre siberiana. Mi chiamo Filippa. Sì, forse non è un nome da tigre, ma chi se ne frega. Tanto appena trovo le mie simili, ho già deciso il nome con cui mi battezzerò tuffandomi in un acquitrino, l’acqua che per voi esseri umani è sporca e fangosa, per me sarà pura e cristallina.

Due anni fa, hanno ucciso la mia mamma. Ognuno ha i suoi problemi. Voi uomini dal cuore buono avete i vampiri emotivi che vi stressano e vi prosciugano l’energia, avete i manipolatori, i dittatori narcisisti, le mine antiuomo travestite da democrazia, le frustrazioni personali travestite da politica. Noi abbiamo i bracconieri. Mi hanno trovato che ero piccola. Non sapevo se fidarmi, le mie ferite emotive un po’ le dovreste aver provate anche voi. Vi allungano una mano e voi soffiate e mordete, perchè è meglio difendersi comunque, anche da chi vuole solo salvarci.

Per fortuna gli uomini dal cuore buono, non si sono fermati al mio soffio di cucciolo spaurito. E mi hanno presa. Sapete, a volte è necessaria un pochino di autorità, piuttosto che far mettere nei guai una sprovveduta. Come ero io.
Mi hanno curato, con amore, mi hanno dato un nome. Mi piace, per carità, ma se a volte incrocio uno specchio d’acqua e mi guardo, vedo un essere sempre più possente. Io ho già deciso il mio nome.

Qualche giorno fa gli uomini dal cuore buono, mi hanno chiuso dentro una gabbia. E io sinceramente non ho capito. Mi sono riprese le paranoie. Io avevo una mia distinzione in testa. Per voi la vita è un fiume di esseri umani con tantissimi alvei. Avete tanti tipi di persone per bene e tanti tipi di esseri ignobili. Il mio mondo è più semplice, o sei un uomo dal cuore buono, o sei un bracconiere.

Ho avuto paura, guardavo fuori dalla feritoia della gabbia, una giornata di maggio in Russia non può dirsi proprio calda, ma io dentro di me sentivo calore, sentivo profumi che mi richiamavano qualcosa dei miei padri, dei miei nonni, della mia mamma. Dallo spiraglio emergevano posti che in altre vite da tigre conoscevo a memoria. I miei posti. Solo che stavolta mi hanno portato in una riserva protetta, mi hanno promesso che nessuno mi farà del male e io mi fido delle promesse degli uomini dal cuore buono.

Hanno aperto la gabbia, non volevo uscire, ma poi qualcosa di più forte, della paura, del sangue raffreddato dal panico, dei fantasmi dei fucili dei bracconieri. Qualcosa è arrivato. Qualcosa che mi ha detto che io sono oltre tutto questo, sono balzata fuori dalla gabbia, con uno sguardo affamato di vita nuova e vecchia insieme.

Ora guardatemi bene, uomini. Imparate da me. Io ho scelto di affrontare la vita d’istinto, io ho scelto di non fare la tigre da salotto e non sarò addomesticata in un circo. Io ho scelto di affrontare il “fuori”. E voi? Dove siete voi adesso? Quale circo vi fa saltare nel cerchio di fuoco, quale uomo vi impone il suo volere arbitrario? Mentre ci pensate, io a maggio del 2017 sono diventata nuovamente una tigre. E non mi chiamo più Filippa. Ma Roar. Nella mia lingua vuol dire libertà, adesso svelatemi come si dice libertà nella vostra. Datele un nome.


La veste di Ayrton



I nostri nonni a volte avevano visioni strambe della vita. Come quando dicevano ai loro figli, specie maschi, di cambiarsi sempre le mutande. “Metti che ti succede qualcosa e finisci in ospedale, che figura ci fai se non hai biancheria pulita?”. Certo, il dopo dei nostri padri e zii era spesso un ravanarsi a propiziare il cielo. 

Però ecco, pur nella sua visione molto terrena, il concetto non era sbagliato. Bisogna cercare di presentarsi agli appuntamenti importanti con la propria veste migliore. Non mi riferisco però all’abbigliamento intimo. 

Provare sempre a fare il meglio, ad avere gli occhi che si guardano in giro, stando attenti se il nostro vicino li tiene bassi per qualche motivo che crea nubi tra le pupille, già questo è migliorare la propria veste, comportarsi onestamente anche quando tutto ti dice di avere le mani a tenaglia e fregare il prossimo, come quei ganci dei giochi che fanno la pesca miracolosa. Già, anche questo è migliorare la propria veste. Provare a migliorarsi, a non tuffarsi più a chiodo ma di testa, contro le avversità. E non lasciare vinta alle difficoltà. Non per molto, almeno. Una volta vidi un bel film con Will Smith. In un momento, lui sta per donare un rene ad un perfetto sconosciuto. Lo sconosciuto prima di entrare in sala operatoria gli dice: “te l’avrò chiesto mille volte, lo so, ma perchè proprio a me?”, la risposta: “perchè sei una brava persona, anche quando nessuno ti guarda.”. Proprio così​, schiena dritta anche quando nessuno ci vede. Come questo signore qui. Il semidio del volante, Ayrton Senna, il pilota più geniale e fantasioso, romantico e determinato che sia mai esistito. Un pazzo lucido. Capace di fantasia di traiettorie con un coraggio al limite. Per gli amici un cuore generoso in gara e fuori. 

Per i detrattori un bipolare. Prost diceva che gli faceva paura vederlo passare dallo sguardo allegro, a una cupezza che sembrava stesse pescando dalla parte torbida della sua anima. Cuore grande, tanto da dire spesso che la vita è troppo corta per avere dei nemici. Tanto da perorare spesso le cause di peones, dicendo che il crepaccio tra ricchi e poveri era troppo e non doveva lasciare indifferenti. 

Il primo maggio del 1994 a Imola, aveva un appuntamento pomeridiano, dietro una curva. Lo aspettava qualcosa di unico, di ineluttabile. Lo scontro con un muretto e tutto il resto, fecero capire a noi mortali che anche un semidio sanguina. Lo vedemmo per la prima volta, non ci fu narrato da libri di epica. 

Ma come dicevano con tutto l’amore del mondo i nostri nonni, bisogna presentarsi con la veste pulita agli appuntamenti dolorosi e imprevisti. Il giorno prima l’austriaco Roland Ratzenberger, collega di Senna, perse la vita nello stesso circuito. Saperlo sconvolse parecchio Ayrton e gli fece avere una malinconia più liquida del solito. Prese una cosa e la portò nella macchina con lui. 

Quando lo estrassero dall’abitacolo, trovarono quel drappo imprevisto. Era una bandiera austriaca. Se Ayrton avesse vinto il gp, l’avrebbe indossata sulle spalle per rendere omaggio al suo collega. 

Ma è andata diversamente e Ayrton si è trovato una veste adatta e perfetta per il suo appuntamento. Una bandiera presa per generosità. Perchè dobbiamo essere brave persone. Anche quando non ci guarda nessuno.

Effetto Cobra



Avete presente quando una vostra amica vi dice di essere innamorata di un uomo che a parlarci cinque minuti, non capite da dove derivi tutto quel trasporto? Avete presente che se la prima impressione si rivela negativa, anche la ventisettesima non è da meno, che vorreste dire alla vostra amica che in quell’essere non c’è uno straccio di cuore nemmeno a farlo operare da un cardiologo bravo? Ecco.
Avete presente quando qualcuno che vi sta a cuore deposita tutti i suoi risparmi alla BIAC, Banca Investimenti A Cazzo? Che voi così, ad occhio, a quell’istituto di credito non avreste dato manco il vostro fazzoletto di carta usato numerose volte? E provate a persuaderlo di andare via prima che fuggano col malloppo ma lui nulla? Ecco.

E quando un amico comune vuole a tutti i costi che vi piaccia un suo, di amico? E provate per lui repulsione, anzi, diciamocela tutta, lo definite britannicamente e con finezza “uno stronzo manipolatore fatto e finito” e lo dite al vostro amico? Ecco.
In questi e in migliaia di episodi similari, l’effetto è sempre uguale al novantanove per cento dei casi e mi sbilancio per difetto. Che appena dite la vostra opinione, ottenete l’effetto contrario, siete in malafede, siete invidiosi, infantili e vedete sempre il male ovunque. Che volete tarpare le ali e siete malpensanti. Puntualmente chi avrete consigliato farà l’esatto contrario, anzi, lo farà con più ostinazione.

Ebbene, questo fenomeno ha un nome. L’ho scoperto poco tempo fa e magari ci faccio pure la figura del peracottaro perchè lo sapevate tutti e io no.
Si chiama effetto Cobra. Si vuole fare una cosa utile e invece si ottiene il disastro. Il nome viene preso da un fatto avvenuto in India. Un governatore doveva contrastare la proliferazione dei cobra, che erano molto pericolosi in quel momento per la popolazione e il bestiame. Decise quindi di mettere un importo in denaro, da dare a tutti quelli che portassero i corpi dei serpenti al suo cospetto. Più ne prendevano, più alto era il compenso. Soltanto che chi intascava le rupie, aveva capito che l’affare conveniva. Allora cominciarono a proliferare gli allevamenti di cobra clandestini, per far riprodurre l’animale e poi portarne il cadavere per i soldi. Una barbarie senza fine, tra parentesi, verso comunque delle bestie che altro non fanno che aderire ad una catena alimentare.

Quando il governatore capì l’antifona, sospese il pagamento. E se aveva fatto una minchiata iniziale, la chiuse trionfalmente. Infatti, una volta persi di valore, i serpentelli non avevano più motivo di essere uccisi, quindi chi li allevava li lasciò liberi. Risultato: i cobra raddoppiarono la loro presenza e la loro oggettiva perniciosità.
Come dicono i greci, O mythos deloi oti, la favola insegna che: quando si vuole fare del bene, a volte è meglio lasciar scorrere tutto naturalmente senza forzare, altrimenti si rischia di fare una minchiata colossale e di avvelenare, come i cobra, i rapporti con gli altri. In ogni caso, per quanto mi riguarda, preferirei avere a che fare con i serpenti veri, almeno so che possono essere pericolosi. Molto meglio che avere serpi in seno, ma di natura prettamente umana.

Case e alberi





Lo guardò nel suo dolore giovane ma ingombrante. L'uomo si avvicinò al ragazzo. Gli mise una mano sulla spalla.
- Cosa non va? I tuoi occhi guardano un punto che non esiste. 
- Non so se questo amore che sto vivendo con lei stia andando nella giusta direzione. 
- E tu quale direzione vorresti fosse?
- Quella dell'avverbio di tempo che tutti temono di pronunciare, sempre. Ho paura. 
- Normale che tu l'abbia, anche il seme ha paura quando invade la casa. 
- Non capisco. 
- Sai, ho imparato che l'amore è come un seme che il vento porta dentro una casa abbandonata, come quelle delle campagne ormai sole, a quel punto il seme prende due strade, ma conoscerà l'esito solo alla fine. 
-Qual è la prima? 
- Quella di diventare un albero che rimane per sempre. La pervade in tutto. Pensa, due elementi così diversi che si incrociano, mattoni e tetto, vegetazione, rami, foglie, radici. Pian piano il seme cresce e diventa un albero dentro la casa. A quel punto, con pazienza, prende con i rami e le radici le fondamenta e le pareti, diventa un tutt'uno, vince la diffidenza dura della pietra e la convince che insieme possono abbellirsi, possono diventare qualcosa di imprevisto e nuovo. Fatto di pazienza e tenacia, di basi solide ma vive. 
- Io posso essere quell'albero?
- Sì, prima un seme spaventato, poi un albero che cinge sicuro e cambia la sostanza delle cose che in natura non sarebbe cambiato. E così due esseri soli diventano qualcosa di mai visto. 
- E quale sarebbe la seconda strada del seme? 
- Quella di non riuscire a pervadere la casa, a cingerla dei suoi rami, a rompere le vecchie finestre e andare fuori, ad aver ragione del tetto per quanto marcio. Allora i rami si rompono, si spezzano e sembrano tante venature e cicatrici profonde. Il sole non entra e non nutre, le pareti sono umide e malsane. E tutto il bello possibile non ha ragione di tutto questo. Ma questa è un'altra storia. 
Il ragazzo guardò le braccia dell'uomo, vide le sue cicatrici profonde, l'occhio senza sole, le sue gambe senza poter fermarsi e restare. 
Gli mise una mano sulla spalla. 
- Sì, grazie. Hai ragione, quella è un'altra storia. 

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