Gruppo mamme quinta E





PLIN
Ma che ora è? Ma sono le sei, ancora un pochino potrei…
PLIN
Cazzo, ma è la sveglia, ah ho capito…è il mio subconscio che…
PLIN
Subconscio un paio di ghiandole mammarie, questo è il cellula…
PLIN
Giuro che chiunque sia lo scarnifico in sala d’aspetto appena arrivata al lavoro, di sicuro è quel cretino di Giacomo che ci prova a volermi dare un passaggio. Da quando sono separata ci prova in tutti i modi.
PLIN
No, non è così prolisso, anzi spesso scrive un messaggio solo. “passaggio sul mio SUV? Lasciamo bimbi scuol e colaz ins. Ok?
A uno che scrive a codice fiscale  gli risponderei solo CL CZZ. Quelli che non hanno tempo da perdere. Una libidine per la libido.
Invece no, è la chat delle mamme. La Cosa nostra del gruppo di scuola. Per la precisione il Boss. La madre di Gianpio Elzeviro. Si chiama proprio così. Un vezzo meneghino con un nome originale. Elzeviro. Già da solo ti condanna, con Gianpio davanti è matematico. Infatti è un bambino secchione, capetto, ricco da far schifo e stronzo per dna di madre. O forse sono io che sono invidiosa.
MANCANO ANCORA 15 EURO PER IL REGALO DI FINE ANNO DELLA MAESTRA RISP URG!!!!!!!!!!!!

Questione urgente che ha 300 commenti da rileggere, mi chiedo, me misera, se queste hanno mai conosciuto la narcolessia, quella in cui vorrei piombare io. Non sono una brava madre, lo pensano tutte. Perché non mi curo di rispondere alle considerazioni chilometriche che ogni giorno sono di “importanza vitale”. Le definisco io così, perchè le mamme in chat hanno anche fretta, per cui tagliano le sillabe, accorciano che con k, e scrivono in stampatello. RISP URG!
Le RISP URG che ho dovuto leggere nel corso di questo primo anno in cui ho scelto di far parte della Kasta, delle massone della classe, di cosa nostra della sezione E, sono state parecchie. E posso dirvi, di URG non avevano proprio un cazzo.
E trillavano però, tanto, così tanto che ho staccato le notifiche, quando cominciarono a parlare di vaccini, lo ricordo ancora, uno dei dibattiti mi sfrangia ghiandole mammarie, dopo quello “nuovo cuoco egiziano assunto dalla mensa scolastica”, dove facemmo una collezione di “non è per razzismo ma…” da mettere via per tanti inverni a venire.
Christian! Preparati che sono le 7!
PLIN
FATE FINTA DI NON SENTIRE? MANCANO TRE QUOTE!
Christian! Latte caldo o solo merendina? Non ho sentito!
Plinplinplinplin
ALLORA!!!
OK, STO ASPETTANDO, AL SOLITO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
IO STAMATTINA DEVO ANDARE A COMPRARE IL REGALO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
PER LA CENA INVECE?
PLIN
PIZZERIA, LA STESSA DEL NATALE.
QUALE?
MA AVETE VISTO CHE DA GUCCI IN CENTRO SCONTANO LE BORSE?
PLIN
NON ABBIAMO PIu’ DECISO DOVE ANDIAMO IN VACANZA, VOI CHE CONSIGLIATE
PLIN
CHI HA GLI ESERCIZI DI MATEMATICA, NON PER COPIARE EH, CHE MIO FIGLIO è BRAVO…
PLIN
ALLORA, PER LE QUOTE DEL REGALO? SE NO GIANPIO GLIELO FA DA SOLO EH?
Risp urg. Risp urg mentre accendo la tv.
Risp urg.
PLIN
MONICA? UNA QUOTA CHE MANCA è TUA, COME SEMPRE.
Rispondo.
Ho sempre versato tutto quello che mi avete chiesto.
SEMPRE IN RITARDO!
Sempre in ritardo, a proposito...Christian sbrigati!
Ho sempre qualche problema a far quadrare i conti, ma non ho mai sforato tutti i  contributi che mi avete dato, chi lavora come me sa che significa, specie da sola.
PLIN, PLIN, PLIN
MONICA, CHE VUOL DIRE?
MI FAI UNA COLPA DI QUELLO CHE TI SUCCEDE?
NON è UN PROBLEMA MIO!!!
Non è mai un problema suo, non è mai razzista, non è mai in torto. In torto è chi combatte questa vita ogni giorno. Mi metto la tuta della fabbrica, mi sono scordata di lavarla, puzza di sudore di ieri.
Christian, cazzo! I Pokemon dentro il microonde!
Non dovrei urlare.
PLIN
MONICA ALLORA? LE QUOTE, IO QUI NON STO GIOCANDO!
PLIN
Plin
Pl
“benvenuti a sky tg24, strage di bambini in una scuola vicino Raqqa, in Siria, un kamikaze è entrato nel cortile con un furgone, facendosi esplodere. Si contano al momento 34 bambini uccisi  10 insegnanti, il kamikaze ha atteso che la scuola fosse piena per mettere in atto il suo piano.”.
Mi rendo conto solo adesso di essere rimasta con la tazza a mezz’aria, guardo verso la porta, mio figlio mi sorride, e gli sorrido anche io, che puzzo di sudore e fumo di fabbrica.
PLIN
PLIN
PLIN
Imprecisioni, risp urg, quota, pizzeria, esercizi, palestra, hai visto il nuovo insegnante di fitness?
Io lo porto a fare equitazione, ahiono, tennis, eehh, la carta dicredito mi prenderà fuoco, maivaccini?
Hai sentito stamattinainquelpaesecomesechiama Vacca, Racca, ammazza 34 bambini...
Somusulmanifinchèsammazzanotraloro
Plin…
Monica sta scrivendo…
Christian porterà stamattina i soldi per il regalo
PLIN ERA ORA!!!!!!!!
UN’ALTRA COSA MONICA, DOBBIAMO PARLARE SERENAMENTE DI ALCUNI ATTEGGIAMENTI DI TUO FIGLIO IN CLASSE…
Monica sta scrivendo…
Serenamente? Andate serenamente a fare in culo.
Monica ha abbandonato il gruppo “mamme quinta E”

Ma la porterò via




Noi siamo le comparse. Siamo uomini in divisa, per voi non esistiamo, esattamente come un poliziotto o un carabiniere, fino a che non ne avete bisogno sono figure sullo sfondo.
Non vi chiedete come stiamo, se soffriamo o se abbiamo un mutuo da pagare. Per voi siamo solo un distributore di bevande, una figura discreta a cui allungare una mancia.
No, nessuna lamentela. Ci mancherebbe. Di questi tempi avere un lavoro è già una esenzione. Una dispensa papale da qualsiasi difficoltà.
Sono un cameriere, un cameriere di un Hotel. Sono la figura sfumata delle fotografie quando vi fate i selfie. Sono quello che passa nello sfondo. Non sempre. A volte sono in una foto di gruppo con voi. Sono la prova, la pistola fumante che sapete fare amicizia con chi ha curato la vostra vacanza come fosse sua. Perché vi piace sapere che abbiamo a cuore il vostro star bene. Che vi guardiamo con occhiate neutre mentre andate in piscina. Vi piace non curarvi del fatto che siamo lì mentre corteggiate donne bellissime, che siamo quelli del caffè in vassoio ma che non guardano il bikini, noi non abbiamo emozioni.
Raramente succede che chiediate come stiamo. Ancora più raramente volete una risposta diversa e articolata. “Bene, grazie”, basta e avanza. Una volta sì, stavo per dirlo. Un uomo più sensibile degli altri. Oppure solo più osservatore. Sapete, ci sono anime che hanno una dote, vedono dall’alto, come i droni. Non guardano solo la punta delle scarpe e le chat, arrivano a capire le conversazioni nascoste che si muovono dietro un sorriso.
È stato mentre portavo il vassoio con aperitivo per quattro che l’ho vista.
Io la vedo sempre, ma quella volta, mi è piaciuta la magia involontaria del suo collo che incrociava la mia traiettoria, dei suoi occhi che hanno staccato dal foglio di prenotazione per sorridermi, sarà stato un caso, magari non si ricordava bene un particolare cognome, ha alzato gli occhi e ha incrociato il mio sguardo, forse era solo cortesia di colleghi.
Che bello che è stato quel lago nei suoi occhi. Anche se era solo un lago cortese, per nulla innamorato, è stato un lago che ha cambiato la giornata di un masso come io sono, un uomo immobile, spostato solo per ordine di altri, mosso solo da esigenze di bevande o cibo. Un sasso capace di commuoversi con l’acqua azzurro verde dei suoi occhi.
Sì, è acqua di lago. O di laguna. Invischia, attira, invita, incastra.
Lei riceve i clienti, ogni mattina non so quali sono i pensieri quando guarda lo specchio, ma so che qui, accoglie. No, non parlo solo di professionalità. Lei è un sipario. Il suo aprire la bocca per sorridere non è solo una pratica da scrivere, è un sorriso senza insidie, nemmeno per uno sconosciuto.
Però quel sorriso si ripiega come un’aquila stanca, quando il cliente è andato.
Io dal mio posto, mi sono detto tante volte mentalmente di andare da lei e parlarle. Le direi “lo so, guarda che le vedo le tue onde in un lago troppo calmo, vorrei esserne la causa. Vorrei che tu perdessi il sorriso per delle domande, per chiederti se ti stai innamorando, di me.”.
Forse state già pensando che non c’è bisogno di essere così melensi, è solo una infatuazione a distanza. Se lo pensate, siete già morti dentro. Avete perso l’anima. Perché le anime si incontrano molto prima. Vagano come spettri, sono il nostro radar, scappano da noi, ma non sentite il sussulto e se lo sentite, lo scambiate per la vibrazione del telefonino. Loro vanno, anticipano, si parlano, sanno già, capiscono o se non si sopportano, loro sanno. Ma noi siamo sordi. E quando arriviamo davanti alla persona, entrambi siamo convinti di averla già vista, la frase più banale: “non ci siamo già visti?”, spesso la risposta è no, ma dovrebbe essere sì.
Adesso sta consegnando le chiavi. Il signore davanti a lei  sorride, rallenta nel prendere le chiavi e le sfiora le dita, sorridendo, lei sembra aver vetrificato il sorriso, sembra non gradire. Quando una donna gradisce una attenzione lo capisci, gli occhi e la bocca sorridono come una ola allo stadio, gli uni dietro l’altra. Quello è un sorriso di cristallo freddo tirato fuori dalla ghiacciaia.
Alla portineria non lasciano mai la mancia. A noi sì. Non so perché, ma sembra che sia un’usanza. Non so. So che io oggi ho lavorato tanto. E sto per staccare. Ho tante mance, per una volta potrei dimenticarmi della gara di sopravvivenza al limite del fine mese che la vita ci impone e osare.
Oggi ha sorriso poco, e per questo, il sorriso diventa l’azzardo di una puntata. Chiederti se sei o non sei tu, a creare per una volta quella ola di occhi e denti, e di una serie di sì, che ti fanno immaginare un giorno, due, tessere di mosaico che gli innamorati chiamano vita, anche quando si litiga e si lotta, anche quando il desiderio lascia il posto al mutuo e per ritrovarsi ci vuole una vacanza che non arriva mai. Anche lì.
Ho tante mance, e un congelatore pieno di sogni.
Una volta ho sentito una canzone che parlava di un portiere di notte, che incontrava una donna ogni sera, ne era segretamente innamorato.
Vanno via, e non tornano più
non danno neanche il tempo di chiamarli.
E non lasciano niente
non scrivono dietro il mittente
e nelle stanze trovo solo luci spente.
Sapeste che pena per chi organizza la scena
restare dietro al banco come un cane
con la sua catena
E lei che viene spesso a notte fonda
è così bella, è quasi sempre bionda
è lei che cambia sempre cavaliere
e mi parla soltanto quando chiede da bere.
Ma la porterò via
e lei mi seguirà
prenoterò le camere
in tutte le città
la porterò lontano
per non lasciarla più
la porterò nel vento
e se possibile più su
Lui nella canzone non trova il coraggio di confessarle il suo amore.
Io non lo so come chiamare questo sangue che porta le mie gambe ad avvicinarmi al sipario del suo sguardo e sfidare la sorte e la mia vergogna.
Forse che le mance sono state tante da sentirmi ubriaco.
E che la pizzeria in fondo alla strada è aperta. E che lei oggi è venuta a piedi e con lo sguardo spento. E che sembra che le piacciano le cose semplici, come a me. Che fin da ragazzo, un cartoccio di patatine, un cinema, una pizza e i baci di un amore che pensavo eterno bastavano a tutto. A tutto. A non dormire la notte.
Però questa notte la porterò via, lei mi seguirà, non la lascerò più e quando ci sorprenderà l’inverno, lei sarà con me a girare per decidere che film vedere, stringendosi forte.
Adesso la invito.
Prima servo l’aperitivo alla signora del tavolo 15.


Il rumore della felicità



Che rumore fa la felicita?
Ricordiamo tutti una canzone che fa una domanda a cui non si può dare risposta. Già perché ognuno di noi dà un clangore diverso alla fonte dei suoi sorrisi. Per qualcuno è una porta che si chiude con il ritorno di chi ci è caro, per altri è la carta di un regalo che si strappa di rumori secchi e decisi, di mani bambine che aspettavano proprio quel dono, chiesto con messaggi mica tanto subliminali.
È emozione di un fischio di treno in arrivo, di copertoni di aereo che toccano terra, dove si ha casa, o dove si è scelto di posare un pezzo bello grosso di anima e promesse.
Fiume di pensieri che quasi sempre ci costringe a guardare. Dobbiamo arrenderci, la vera felicità non ci deriverà mai dallo schermo di un pc o di uno smartphone, da rumori e suoni, magari un messaggio può preannunciare, ma poi vogliamo stringere, avere, sentire, profumi, odori, calpestio di foglie.
Guardarsi intorno crea felicità impreviste e involontarie. Cercarle poi può anche aumentare la probabilità.

L’uomo che vedete in foto, si chiama Simun Hanssen, è un marinaio in pensione, vive in un posto in cui la solitudine e lo stare lontani dal mondo e dalle sue storture è una scelta, le isole Faer Øer. Il rumore massimo che si ascolta è quello delle onde che si frangono sugli scogli. In alcuni giorni si ascolta anche il piccolo Jacobsen, un ragazzo che si allena suonando la tromba davanti al mare, con la brezza che modula le note.

Simun da quando è in pensione, va sempre sulla scogliera e ha un hobby molto strano. Raccoglie messaggi in bottiglia lasciati in mare. Esattamente. Nel secolo delle app e dei social, ci sono ancora dei pazzi sognatori che affidano qualche loro elucubrazione e pena alle onde e alla pergamena in vetro. E lui finora ha trovato una sessantina di messaggi.
Molti li ha semplicemente donati al museo nazionale. Ma per alcuni si concede un fuori onda (proprio il caso di dirlo). Se il messaggio è particolarmente commovente e contiene un indirizzo, Simun risponde, cercando le parole giuste e la solidarietà che il messaggio merita.

Che rumore fa la felicità? Forse noi non lo sapremo mai definire, ma se lo chiedete a Simun, magari vi dirà che per lui è quello del vetro che striscia sulla roccia, o della carta srotolata per raccogliere parole lasciate al fato. Il rumore forse non sarà quello di una notifica di chat, ma sicuramente sarà mille volte più bello, maledettamente bello. Buona brezza di parole.


Guarda il mondo con i miei occhi




Guarda il mondo come se avessi i miei occhi, ora prova a dirmi che emozioni ho.
Ci possiamo provare in tanti, alcuni magari ci riescono davvero. Quegli esploratori coraggiosi dei cuori altrui, che entrano con rispetto sacrale tra i ventricoli lesionati, che trovano la ferita e provano a lenirla, guarirla non sempre, con unguenti di parole che disinfettano. Certo all’inizio brucia, ma poi fa bene.

No, non si riesce a vedere con gli occhi di un altro. Non si può, è impossibile. Ci possiamo riempire la bocca delle parole ormai molestate continuamente dai social. Empatia, comprensione. Ma dove? Quanto vengono al chilo?

Però, però le favole un fondo risicato e quasi invisibile di realtà la mantengono, alla fine del silos capiente di leggenda.

Il ragazzo che vedete nella foto col berretto si chiama Josè Richard. A undici anni i genitori si accorgono che non risponde facilmente alle parole. E non è per disubbidienza ai rimproveri. L’udito di Josè si sta spegnendo come una candela al vento. E come quella candela, anche i suoi occhi.
Il nome della sua malattia è semplice e sembra lieve. Sindrome di Usher, del terzo tipo. Un male diabolico, si occulta per i primi anni di vita, poi pian piano bussa, prima provoca sordità, poi una retinite inesorabile. In poco tempo si è sordi e ciechi. La candela ha smesso di brillare senza un fiato.

Josè però ha una passione e non avrebbe voluto tranciarla. Gli piace il calcio. Tifoso del Millionarios, squadra Colombiana di prima divisione, non intende anche dopo che è calato buio e silenzio di mollare tutto. Ad aiutarlo è Cèsar, un suo amico. Un giorno inventa un modo a metà tra il gioco e l’aiuto, per far seguire le partite a Jose. Un cartoncino che diventa un campo di calcio, in cui le mani di Josè e Cèsar si intrecciano o si inseguono, riproducendo esattamente le azioni in campo. Così Josè “sente” la partita grazie al suo amico. Ogni domenica. Voi direte: va già bene così, è una bella storia di amicizia e di aiuto del più debole. Eh no, qui viene il bello. Perchè Cèsar è tifoso del Santa Fé. Per chi non lo sapesse, la rivalità tra Millionarios e Santa Fé, è pari a quella tra Roma e Lazio. Quindi Cèsar rinuncia ad andare a vedere la sua squadra del cuore per far vedere la partita all’amico.

Ma non solo, all’ultimo derby, il Santa Fé le ha prese da Millionarios, Cèsar ha mimato la sconfitta dei suoi idoli, ma non si è arrabbiato, perchè sul volto di Cèsar era dipinta felicità pura. E lui era felice altrettanto a quel punto.

Cosa dicevamo? Guarda il mondo con gli occhi miei, dimmi, cosa provi? Ora sì, stavolta è possibile. Sipario.


Il Coyote




Questa foto scattata da Sarah Skinner mostra molto più di una vita animale. Uno sciacallo dalla schiena argentata, sta cercando di non farsi travolgere andando nel senso opposto, in una foresta di zampe di elefante in Botswana. I pachidermi stanno andando via da una fonte d’acqua e lui invece vuole a tutti i costi arrivarci. Il gruppo in un verso, il solitario nell’altro. E non è una posa, non è atteggiamento. Semplicemente modo di pensare diverso, bisogni diversi, istinto differente. Luoghi familiari situati dove la massa non arriva. Nessuno ha ragione, nessuno ha torto, è che non ci si piglia e lo si sa, tra sciacalli ed elefanti. Anzi, bisogna temere e rispettare il giusto, ma non si può cambiare la propria inclinazione solo perchè uno è più grosso di te.

E poi è che a volte meglio la solitudine contraria che una compagnia di caciaroni fintamente aggreganti. Meglio sciacallo che serpente, più sinuoso, strisciante, ingannevole, ma anche più calpestabile dai luoghi comuni.

C’è un piccolo male che sta lentamente prendendo chi si fida troppo delle apparenze ostentate sui social. Si chiama “pregiudizio dell’osservabilità”. Ovvero, ci si rende conto che gli altri hanno una vita nettamente migliore della nostra, perchè pubblicano spesso foto allegre, perchè magari raccontano fatti spiritosi, o si riprendono mentre fanno sport e sono in formissima. E noi siamo convinti che gli va tutto bene, odiamo, detestiamo, sulla base di un selfie. Ma altrettanto, basta un post allusivo, un dico non dico, senza aver ascoltato l’altra campana e subito, se l’autore ci sta simpatico, abbiamo emesso il nostro giudizio e in una chiamata alle armi di una piazza virtuale pronta a schierarsi contro il cattivone insensibile e fedifrago.

Difficile in questi contesti riuscire ad andare controcorrente, o semplicemente pensare che ognuno ci mostra solo la mercanzia che vuole, non tutta la sua vita, non lo vediamo mentre di gratta la testa con gli odori della notte e la lettiera del gatto da cambiare, con il litigio in canna con un membro della famiglia. Di questo, se possibile, non sapremo mai.

Per questo a me più che il pregiudizio dell’osservabilità, piacerebbe avere l’ostinazione dello sciacallo, controcorrente, anche in pericolo, ma che vuole arrivare dove gli altri hanno già attinto con le loro idee e opinioni, mentre lui vuole ancora capire, a costo di farsi male e di sbagliare momento, è il simbolismo che mi passa da questa foto. Apprezzo di più il canide solitario che il branco. Questo per quanto riguarda gli esseri umani, perchè nel mondo animale amo entrambi e rispetto la loro vita, sciacalli ed elefanti.


Pantere e scimmie



Mi ricordo una volta una gita ad uno zoo di Brescia. Ero ancora nell’età in cui vedere gli animali superava di gran lunga il dolore di vederli in gabbia. Del resto ero abituato a Palermo, dove avevamo un leone scalcagnato di nome Ciccio, due anatre che per me erano la destinazione naturale del pane duro di casa e un pavone per giunta poco narcisista, gli avessi mai visto fare una ruota che fosse una.

Insomma una ricca produzione nordica di animali, in un posto che per me era la valle di un regno fantastico. Figuratevi, quasi mai uscito da Palermo, Brescia era quasi da Colonne d’Ercole.

Mi aggiravo tra le gabbie, tra la meraviglia di vedere gli animali e la mia fame cronica delle 12.20. Non scherzo, mio padre ci puntava l’orologio. Quando eravamo in viaggio alle 12.20 avevo fame. Non lo so, forse il fuso orario (?), forse lo sconvolgimento. Una volta provarono pure a percularmi. Mi dissero che erano le 11.30. Io risposi: “strano ho la fame delle 12.20”.

Ad un certo punto, contigue, vidi due gabbie. In una c’erano delle scimmie, tante scimmie. Litigiose, dispettose. Ma soprattutto urlanti. Urlavano sempre. Una imitava perfettamente una sirena di antifurto e se la combatteva con un’altra che invece aveva un suono più gutturale, quasi un motorino smarmittato. Se partivano all’unisono, sembrava che si stessero fottendo un motorino smarmittato con antifurto. Facevano un casino che al confronto il casino era silenzio da convento.

Accanto, fiera e regale, una pantera, nera. Lei invece si muoveva quasi compulsivamente. Ogni tanto mordeva la gabbia, addentava le sbarre e poi masticava il nulla, per il dolore dell’azzannamento. In silenzio poi tornava indietro, dentro la finta caverna, poi usciva e andava verso le scimmie, sbuffando per il loro chiasso. Le scimmie ne avevano paura, ma erano coscienti che non poteva raggiungerle, allora si facevano solo un po’ più indietro, urlando di nuovo a squarciagola, sedute, ondeggianti, la pantera invece riprendeva il suo lavoro da Conte di Montecristo, oscuro e inutile, mordere la gabbia, hai visto mai.

Non so, ma questa immagine mi è sovvenuta ultimamente, nel vedere tanti accesi confronti degli esemplari umani tastieromuniti che siamo. In ogni argomento, legalità, mafia, calcio, molestie, si innesca questa bella gabbia che è un social. Ci chiudiamo lì, urlando come scimmie, ognuna col suo tono, chi da motorino smarmittato, chi da antifurto. In quel momento, vogliamo solo che la nostra voce prevalga, sia assoluta e guidi i proseliti. Idem la scimmia vicina.

Accanto, in gabbie meno frequentate, c’è chi prova a fare lavori oscuri di cambiamento, orde la gabbia, perchè quello può fare e chissà che piano piano, le sbarre cedano. Una resistenza e un non arrendersi che forse al massimo scalfiranno il ferro. E si spera che qualcuno continui il lavoro. Come la pantera. Poi magari c’è chi si fa qualche domanda, magari si chiede se vorrebbe entrare nella gabbia delle scimmie, attratto dalla loro confusione, oppure andare ad aiutare la pantera, che mordendo in due forse il ferro si piega prima. Magari pensa pure che tra le scimmie sarebbe un numero, con la pantera sarebbe agire. E in questa epoca, già cominciare a farsi qualche domanda così, è già un lusso. Figuriamoci cominciare a mordere la gabbia. Qualsiasi sia la nostra. 


Sirene




La città delle sirene non è facile da digerire. 
Molti preferiscono darle il nome storico. Palermo. Ma la verità è che si chiama così perché vive con un rumore di perenne sottofondo. Popipopipopiiii. Così imitiamo il suono.
Può variare di tonalità. Di accento. Essere monotono o polifonico. Ma questo suono è sempre presente. Come se avessimo horror vacui, paura di ascoltare il silenzio.
Che poi il suono è pure una sorta di navigatore. Perché se lo senti alle tue spalle, sai che in un nanosecondo ti devi sdivacare su qualche marciapiede con tutta la macchina, che se no è peggio per te.
Ti conviene camminare a piedi. In questo modo fai la stessa cosa che se guardassi un quadro dal vivo. Cogli ogni sfumatura pittorica e magari pure qualche minchiata dell'artista. E di minchiate in questa opera d'arte che è la città delle sirene, ne senti e vedi tante.
Vedi le cose belle. Arte per la quale staresti sempre col naso per aria. Poi vedi coppie innamorate e ti sembra che qui abbiano una bellezza contaminata che un po’ fai tua. Anche se non sei così bello. Ma vedi anche movimenti e azioni che non sono proprio bellissime.
E lì ti rendi conto, che quando sei nato ti devono avere messo un decoder, perché tu quei movimenti li cogli. Chi non ci è nato no. Parole incancrenite e criptate in monosillabi. Un sì o un no sono condanne.
Qui impari che puoi cambiare tutto. Ma tutto torna uguale. E che ognuno segue la sua natura come la rana e lo scorpione. Non si esce dal proprio destino se si resta nella città delle sirene. E non sempre è una cosa brutta non uscirne. Viverci è un sogno per chi la lascia. Un incubo per chi ci vive. Chi ci vive a volte ha un cinismo disincantato è un atteggiamento di chi “ma che ne sai tu che sei andato via”. Credono di essere affascinanti. Il disincanto non strega mai.
Le sirene qui vanno a sirene “spietate”. E servono a chi è distratto a guardarsi intorno. È così. Involontariamente poi cogli lo spazio e magari noti cose belle mentre a fianco a te passa una scorta di un giudice. Qui si uccide e si è ucciso. Si può fare in due modi. Con le parole e con i silenzi. Ne esiste un terzo. Ma quello è se sei veramente di troppo disturbo. Poi allontana. Allontana spesso.
Il suo meglio però, questa città lo dona quando smette di essere città delle sirene che fanno popipopipopi. E diventa quella di altre sirene.
Quelle ammaliatrici. Che mentre vai via, ti richiamano a riva. Ti seducono. Magari per farti infrangere sugli scogli. E tu ci caschi due, tre volte. Poi dici che mai più lo farai. Che non ti fiderai delle sirene della città delle sirene che ti dicono “fidati di me”. E invece sei tornato. E ti sei fidato. Cretino. Locco. Fissa.
E mentre vai via ti dici che è meglio così, non ascolterai più quelle sirene. Forse. Vediamo. Mica che uno decide per sempre. Ecco che ne passa una.
Popipopipopi….

Il Piccione multitasking



C’è una specie che è molto dannosa per il mondo intero. Vaga per le città e crede di avere importanza, camminando con fare impettito. Una specie che in molti esemplari, crede di poter volare sopra gli altri sentendosi superiore e perfino di cagargli in testa. Anche ai suoi simili, senza scrupoli. Convinta di essere al centro del mondo, quando poi non meriterebbe a volte nemmeno la periferia, almeno per certi esemplari della specie.

Hanno le facce spesso grigie. Gli occhi piccoli, indecifrabili. Un attimo prima si avvicinano interessati per il loro tornaconto, fosse anche una briciola di attenzione che devono sottrarti, un attimo dopo, ottenuto quello che vogliono, scappano via goffamente e mormorando. Credono di essere fini corteggiatori, tubano romanticamente appena adocchiano un esemplare femminile, ma se si rendono conto di un corteggiamento vano, provano la stessa tattica da un’altra parte.

Per nulla rispettosi troppo spesso delle bellezze artistiche e paesaggistiche, fosse per loro e per il loro tornaconto, tutto sarebbe ricoperto di merda. Mentre loro, tutti contenti, camminerebbero a petto in fuori, ciondolando.

Come dite? Si capisce anche dalla foto che sto parlando dei piccioni? No, vi sbagliate. Stavo parlando di noi esseri umani, di quegli esemplari che si comportano così, convinti di essere anche belli da vedere e interessanti da frequentare.
Voi direte, che c’entra la foto dei piccioni? C’entra.
Già perchè sembra che da recenti studi, a degli stimoli di compiere più cose contemporaneamente, rispetto all’uomo, il piccione sia più rapido. Non fa in tempo a finire una cosa, che subito ne inizia un’altra, molto più velocemente dell’uomo.

Sicuramente, rispetto a certi esemplari umani che incontriamo, al lavoro e nella vita, meglio sarebbe relazionarsi con un piccione. Molto più simpatico, meno invasivo, presuntuoso e vanitoso. E veramente multitasking. Parola ormai abusata per dire che non sappiamo fare una beata mazza, ma facciamo finta di saper fare tante cose, spesso solo per farci un curriculum così.

I feriti






I feriti non hanno memoria, non si ricordano di preciso quando si sono feriti.
Fosse per loro sarebbero feriti da sempre.
In famiglia sono il soprammobile sbagliato, quello che non ci voleva che te lo regalassero e che sta sempre nel mezzo. Se però un ospite nota il soprammobile, tutti ne decantano le lodi.
Se i feriti non fossero stati amati, sarebbe stato meglio. Saprebbero esattamente dove si trova il non amore. Invece no, sono stati nutriti con un amore tossico e leggermente velenoso. Una forma inconsapevole di assuefazione ad un allucinogeno che gli fa dire che amare è questo, altrimenti non si spiegherebbe.
Nascono con le mani sporche, con un errore in canna, i feriti. Quando si avvicinano a qualcuno sono goffi, procurano danni. E hanno tempo durante la notte.
No dormono pensando a come farsi amare meglio, come farsi dire che hanno fatto bene.
Crescono storti, perchè non sanno da quale parte tira il vento che li tiene su come si deve.
Col tempo imparano a fare a meno di tutti. E se una mano si tende, loro odiano la mano tesa. La odiano perchè non riconoscono aiuto. E anche perchè è arrivata tardi, quando ci si è abituati a non avere aiuto.
Sono istrici, chiuse a riccio.
A volte sono sensibili. Ma non fa bene. Perchè è come la carne sanguinante messa in acqua di mare. Fa un male cane. Un male istrice.
A volte provano a passeggiare spensierati e far finta che la ferita non ci sia. Allora iniziano a parlare in prima persona. La parola “IO”, diventa il loro autoerotismo. I feriti lo fanno. E fanno. Oppure mandano segnali. Amami, prenditi cura di me, io non merito questo. Credono di meritare, o di meritare troppo.
Non ascoltano, sono là, a guardarvi, ma sono altrove e quando tornano il discorso è già finito. Ma loro lo vestivano con la loro ferita e se non coincideva non era un discorso interessante.
Reagiscono male, malissimo se qualcuno scopre il punto esatto della ferita. A quel punto pretendono, esigono giustizia, urlano. E poi si ritirano, feriti. Oppure avevano fatto il callo, allora massaggiano la ferita e dicono “eccone un altro che mi ha provato a far male”.  
Non lasciano mai andare. Mai.
Poi però possono perdere la memoria, scombinare gli archivi, trovare la boccetta di veleno che gli hanno somministrato, scoprire la malattia, trovare la cura. Vanno avanti, ma non saranno mai ripuliti davvero. Qualcosa a volte li riporta indietro. Come proprietari di vecchi ombrelli dimenticati al bar. Potevano lasciarli là, ma li rivogliono. Ci ricascano. A volte invece gli ombrelli rimangono al bar e loro sono a guardare un tramono, un mare in tempesta. Un vento che schiaffeggia la faccia e fa meno male di altri schiaffi.
E si perdona prima di perdonare, il ferito.
E comincia a credere di guarire, il ferito.
E a volte, guarisce davvero.

Il sorpasso




Fine della vacanza, tempo di rodimenti da ritorno dalle ferie. I buontemponi che postavano foto incantevoli scrivendo “eh che brutta vita”, tornano a fare la vita di prima, perchè non è che avessero svoltato, ma semplicemente avevano 10 giorni di ferie e a turno come i criceti, si scende e si sale sulla ruota. Tutti. Ma quello che più si nota è che le autostrade sono invase da masse di ritorno a casa. Macchine piene di capofamiglia che per qualche ora conteranno qualcosa perchè portano la famiglia a casa. Si spera compreso il cane. La faccia è quella di chi è al volante e controlla tutti. Onnipotente come quando si riesce a stappare la bottiglia di salsa alla moglie, o le si aggiusta la presa del forno. “Se non ci fossi io…”. Poi magari la moglie nella vita di tutti i giorni è abile al volante che Vettel è una suora. Ma l’autostrada è loro, tutta. E tutti pronti a prodursi in quella gara a chi ce l’ha più grosso che ha una parola sola. Sorpasso. In questi giorni si notano vari tipi di sorpasso, qui provo ad elencarne alcuni.

Sorpasso precoce - l’autore lo fa con tutto il desiderio e la brama di rimanere a lungo nella corsia di sorpasso, una volta dentro però, viene travolto dalla velocità altrui e deve ritirarsi non avendo resistenza. Poi si giustifica dicendo “non capisco, è la prima volta che mi succede…”.

Sorpasso Interruptus - tra i metodi di sorpasso più sconsigliati, si fa entra ed esci dalla corsia senza costrutto e poi si ritorna in corsia di marcia quando potrebbe essere troppo tardi, perchè piena e gravida di macchine.

Sorpasso Tantrico - detto anche di Sting. C’è chi sostiene di averlo fatto e di essere poi rimasto nella corsia di sorpasso per sette ore filate, ma sa tanto di monchiata e non ci crede nessuno, tanto che si è costretti a ritrattare, proprio come Sting sul sesso.

Sorpasso rusticano - comincia con una lampeggiata alla macchina davanti, che però non vuole saperne di spostarsi, quando lo fa, ingaggia con chi lo ha sorpassato una gara a chi si supera di più, fatta di sguardi torvi e maledizioni. Di solito si conclude con un arrivo all’autogrill dove i due sorpassanti nomineranno i baristi come padrini e si sfideranno a colpi di panino Apollo sullo spiazzo antistante la scritta gigante, tra ali di folla urlante.

Sorpasso scanner - Chi sorpassa non si accontenta di aver fatto retrocedere il rivale, ma vuole guardarlo, capire come è fatto, intuire i suoi sentimenti da finestrino a finestrino.

Sorpasso Berlino 2006 - Quello fatto dal furbo di turno che con tre corsie ingorgate, si fionda in quella di emergenza. Guadagnando metri. Ma ogni tanto il dio del Telepass interviene e castiga. Dopo qualche chilometro il coglionauta viene fermato dalla stradale, che gli fa una multa larga quanto un tappeto persiano e del valore dello stesso, come cucito da Serse in persona. Viene chiamato così, perchè il resto degli automobilisti che passano ad incedere lumachesco davanti alla scena del multone srotolato, scendono dalle macchine e tra perfetti sconosciuti si abbracciano, come alla finale della coppa del mondo al rigore di Gorsso.

Sorpasso Cristoforo Colombo - detto anche del navigatore rincitrullito. Mentre vi trovate in tratti di autostrada recenti, il vostro navigatore non li riconosce e li scambia per strade urbane, urlando repentino “tra due millimetri gira subito a destra!!”, se si è e lobotomizzati si finisce pure per obbedirgli, ritrovandoci dentro al cantiere di Sasso Marconi non si sa come, tra le urla di automobilisti ed operai che chissà perchè provano ad indovinare il mestiere di madri e le doti morali dei padri.

Sorpasso capitalista - facile, quello fatto dal macchinone ai danni della povera utilitaria poi seminata. La lotta di classe in autostrada.

Sorpasso proletario - facile, quello fatto dall’utilitaria quando al macchinone si fonde il motore e ripara in corsia di emergenza, la lotta di classe in autostrada 2, la vendetta.

Sorpasso Moby Dick - come il mitico capitano Achab che d’improvviso vede la balena bianca, così scorgiamo all’ultimo momento l’autogrill dove fermarsi assolutamente per pressione vescicale di tutta la famiglia ormai oltre la guardia, o lo svincolo che assolutamente dovevamo prendere. Segue manovra in diagonale, azzardata, con un pizzico di marcia indietro e arpioni di ancoraggio al cartello di uscita, bilanciamenti da un lato dell’intera figliolanza per spingere la macchina nella direzione giusta e infine, bestemmie da vecchi lupi di mare di chi ci stava dietro in corsia, molto colorite nevvero.

Sorpasso alla cieca - bagagliaio pieno fino all’inverosimile, zainetti seven e Winny The Pooh schiacciati sul vetro, visuale azzerata dietro, si attua uno studio delle correnti e si mette in funzione il senso di ragno per captare il minimo rumore diverso, poi si affronta il sorpasso e il rumore diverso arriva, col suono di “che cazzo fai?” Urlato da dietro e le mani tese a simulare corna di cervo che esce di foresta, come diceva Boskov.

Sorpasso inutile - Nessuno davanti al sorpassante, nella corsia di mezzo, potrebbe procedere tranquillo, velocità media, ma no, deve andare in terza corsia, perchè non si dica che non sfidi la sorte. Infatti la sfida, a colpi di chitemmuort, esclamati da chi va più veloce.

Sorpasso tra gentiluomini (gentlemen’s sorpass). Leggenda narra che esista, una macchina mette la freccia, va nella corsia apposita, la macchina davanti è più lenta, il guidatore di quest’ultima se ne avvede, alza la mano in segno di scuse e mette la freccia per rientrare, il sorpassante guarda e dona un sorriso, restituito dal sorpassato. Dicono esista. Ma nessuno lo vede fare dai tempi delle 126 Camelot.

In ogni caso, scherzi a parte, pensiamo che guidare è più importante che stappare un barattolo di salsa, abbiamo spesso in macchina un carico importante che in breve riassume la nostra vita, le persone che amiamo. Buon rientro. a tutti i sorpassanti.

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