Io sono Morgana




Mi chiamo Morgana. Sì, come la fata. E anche come il miraggio del deserto. Il nome me l'ha messo appena nata la mia famiglia, quasi all'unanimità. Diciamo che mio papà, aveva più in testa la storia greca e voleva chiamarmi Gorgo, come la moglie di Leonida. Come tutti i piccoli, anche io ho imparato guardando. Ho iniziato a gattonare quasi subito. E la frase è quanto mai pertinente. Per me il papà e la mamma non sono solo quelli che mi nutrono e mi amano. Sono una sorta di capibranco. Più la mamma però. Se la mamma va da qualche parte, io non riesco a mettermela via. Quando ero piccola piccola non potevo uscire, allora con il mio provare a parlare incomprensibile, le avrei voluto fare mille domande, dove andava, con chi era, quando tornava. Quando tornava era la più fondamentale di tutte. Anche papà mi piace, molto con la testa tra le nuvole, però ha anche i piedi ben piantati a terra. Crescendo ho messo su un bel caratterino, molto ribelle. 

Ho cominciato a litigare con i miei coetanei e anche con quelli più grandi di me. Non sopporto i bulli e i prepotenti. Eppure qualcosa mi avvolge la notte. Non riesco proprio a farmela passare. Ci sono piccole spille di paura del buio, non so, non mi spiego. Però ad una certa ora sveglio papà. Il giorno ci scontriamo spesso. Lui è dispettoso, ogni tanto viene lì e mi stuzzica, mi fa il solletico e io non lo sopporto, tanto che rispondo subito male. Ma so che è il suo modo di volermi bene. La notte se lui non è via per lavoro, preferisco dormirgli accanto. Arrivo e gli picchetto la spalla e gli chiedo di farmi spazio nel lettone. Poi appoggio la mia testa sulla sua mano e dormo. E tutto quello che non so spiegare passa. Come passa tutto quando gioco con mamma, a volte sono io a provocarla, se la vedo triste la sfruculio e le chiedo di insegnarmi qualche gioco nuovo. Io mi chiamo Morgana. E ho circa dieci anni. Per voi umani. Ma per noi gatti è solo un anno e mezzo. Purtroppo la mia inquietudine e voglia di avventura non è tanto comprensibile in questa realtà. Il mio papà  dice sempre che non è un mondo a misura di cuccioli e di deboli. E quando lui parla di cuccioli, intende proprio bambini e bestiole. Perchè dice sempre che il suo papà lo ha educato così, che chiunque resti indietro o sia bisognoso di protezione, va accudito. Non importa se sia uomo, animale, o Leocorno. E dice anche che la sofferenza parte dal basso. In tutti i sensi. Se sappiamo guardare chi non è alla nostra altezza e sappiamo ascoltare anche laggiù. Sono stata imprudente e una macchina non si è fermata. Ora non ci sono più e quello che mi spiace è che so che mamma e papà umani ci staranno un po' male. 

Ma io come faccio a spiegargli che come gatta ho sette vite e che se n'è andata solo una? Molti penseranno che è ridicolo soffrire così per un animale. Ma per fortuna a casa mia si è amato e si ama e basta. Senza chiedere i documenti o l'essenza. Mio papà da un paio di giorni ha in testa una scena, che gli serve a stare meno male. È il finale del film "se Dio vuole". Marco Giallini guarda un frutto, pensando ad un amico in ospedale che ha avuto un brutto incidente e non si sa se vivrà. Il suo amico gli aveva insegnato che quando arriva il momento le cose accadono. Non ci si può fare nulla, gli aveva indicato una pera che pendeva dall'albero. Dicendo che prima o poi sarebbe caduta perchè è giusto che cada. Giallini è lì che aspetta notizie. 

La pera si stacca dall'albero. E lui sorride e se la fa andare bene così, poi inizia una bellissima canzone di De Gregori. Cose. Doveva succedere. Fa un po' male, come tutti i dolori che ci accadono accanto. Fa più male. Senza distinzioni di uomini animali e Leocorni. Si è fatto tardi, io vado. Qui sopra ho trovato un signore affettuoso che dice di essere il papà del mio papà capobranco. Penso che lo seguirò, anche lui parla bene di uomini e gatti. Divertitevi lì sotto. 

C'è qualcuno che bussa e muove la coda. 
C'è qualcosa che passa, in questa stanza vuota.

Il san Valentino di Marco


L’anima è costretta in un corpo, quando diventa leggenda, l’anima deve andarsene dal corpo. È facile, un ragionamento logico. Possono attaccare il tuo corpo, possono farlo ingrassare, dimagrire o invecchiare. L’anima non possono toccarla.
Possono dire che sei fasullo, possono dire che ti imbottivi di schifezze, ma avranno solo il guscio. Possono prendermi un braccio, una gamba, possono dirmi che non farò più un metro senza qualcuno che mi accompagni, possono chiudermi in un ospizio e prendere la chiave , darmi semolino e farmi vedere il parco un’ora al giorno. Ma non potranno fare nulla a lei. Lei potrà sentirsi degradata, si agiterà come una lucertola schiacciata, ma a differenza di una lucertola a lei possono portare via anche la testa, ne avrà subito una nuova. E un’altra e un’altra. È lei che soffia dentro questa carcassa è di lei che sento il grido in questa notte di silenzi, è solo lei che mi chiama al telefono mentre sto attaccato alla tazza del cesso, è solo lei che tratta con me il prezzo della tenebra che ci avvolge.
Noi eravamo una cosa unica, la sentivo, avvolgermi con il suo calore nelle vette innevate, darmi aria nelle strade cotte e liquefatte dal sole. Lei era lì, dietro di me se c’era da spingere, davanti a me se c’era da incitare. Anche quando non c’era nessuno lei c’era. Anzi quando non c’era nessuno era meglio. Chi vince è sempre solo? No, c’è lei. Lei anche da soli si metteva accanto a me e si strusciava come un gatto. Era buona, non mi faceva mai pesare quanto dovessi tutto a lei e a lei sola.  Lei è con me, tra queste mura, permeante, avvolgente.
Lei non le mie gambe, lei non il mio sponsor, lei non la mia testa, lei lei lei. Senza uno scopo, senza un utilizzo, lei esisteva e io vincevo, io ero il motore che muoveva quelle due ruote, ma lei era il carburante. Nonno, non è in me che hai acceso un lumicino poi diventato incendio, ma in lei, che cercava la maniera di venir fuori, tu l’hai istigata, incitata, sei il mandante di questo trionfo improbabile, tu mi hai dato per primo una bici, il veicolo che mi ha fatto metà uomo e metà Dio, il più scassato degli Dei, quello che più di tutti si fa troppe domande. Se fossi nato archivista, nonno, nessuno mi avrebbe imitato. Nessuno avrebbe avuto lacrime di gioia per me, nessuno a rasarsi i capelli o farsi il pizzetto biondo. Nessuno avrebbe qualcosa da dire se io da domani decidessi di non svegliare più questa carcassa.
Se fossi archivista. Non amori tra onde di folla non il mio nome tra giganti, ma scartoffie, faldoni e il dna di un padre che farà un figlio a sua volta archivista.
Non sono cresciuto, non sono invecchiato, non sono partito, non sono tornato, non ho mai vinto né perso, ha fatto tutto lei. Non a caso è femmina e come tutte le femmine decide anche per il più grande degli uomini.
Si sta facendo tardi e mi gira la testa, adesso che sto in questa stanza calda e accogliente, una stanza piccola quanto un ventre di madre, che mi accoglie e mi fa rinascere. Non archivista, non leggenda, ma neanche quello che è stato dopo.
Io non posso fermare lo stillicidio del tempo e dei miei detrattori, non posso dire più cosa sia giusto e cosa sbagliato.
Io non devo giudicare chi mi giudica, io perdono chi non perdona. Io ti guardo e mi sento un po’ te, vorrei venire con te, ma prima mangio un boccone. A pancia piena ragiono meglio, mi si sazia il dubbio e l’incertezza, adesso che ho mangiato lo so. Io che sono unico, vorrei essere te che mi hai reso unico. Vorrei essere la mia anima e staccarmi da me e magari incrociare Cupido che in questa notte di S. Valentino vaga per la città, se mi affaccio al balcone siete tutti innamorati, per stasera mi sembra che ognuno abbia qualcuno che lo capisce, che lo comprende ma che è anche pronto a criticare se fa una cazzata. Io avevo sempre ragione, vincevo e avevo ragione, stravincevo e avevo ragione e amici e persone che volevano essere come me che vorrei essere come te, adesso. Nessuno che mi abbia mai detto “hai fatto una cazzata”. Io non so se ne ho fatte, non so se chi prendeva il mio braccio e mi proteggeva lo faceva per sbranarmi, io non ho mai lasciato la presa per primo, anche quando potevo piantare le tende del mio impero sulle pance di chi mi voleva far fuori. Io sono stato più forte di tutto, io sono indistruttibile, non temo i gatti neri che mi attraversano la strada, io sputo per terra indifferente levandomi di dosso i parafanghi delle macchine che mi investono. Io reggo il gioco, ma non sono io. È lei. Papà, mamma, amore mio, chiunque mi abbia conosciuto, adesso avete un guscio, che parla, fa la sua parte dice una battuta e ascolta l’effetto. Ho perso il sostegno, la stampella. Vedo che va via, adesso. Lo aveva detto tante volte che sarebbe andata via, adesso invece lo fa. È non potrei riacchiapparla nemmeno se ridiventassi “il pirata”. Lei ha la mia bandana, lei si veste di giallo, lei vince il Giro e il Tour, lei. Io sono solo un corpo che hanno chiamato Marco e adesso chiudo gli occhi e mi butto al suo inseguimento e non torno più in questa che adesso è una ostile bara di muri che reclama e avrà il mio corpo ma non me che volo come lei e macinerò ruote e metri, come quando ero il pirata e nessuno mi raggiungeva e non c’era Pordoi che mi resistesse.  Sono ancora qui e non mollo, dovessi arrivare fino in cielo per battere, almeno una volta in volata, la mia anima.


Sogni premonitori




Te lo giuro, te lo avrei detto. Ti avrei raccontato i sogni che ho fatto in questi giorni, solo che forse il lavoro mi ha portato via tempo, o forse non abbiamo più tempo che vogliamo investire in novità senza senso, come sognare.
Però giuro ero lì per dirtelo l’altra sera a cena, ma poi abbiamo affettato giudizi insieme a quel buon pane. Io affettavo i miei e tu i tuoi.
Con tanti stereotipi, che quando sento questa parola mi immagino sempre un impianto stereo con casse potentissime.
Io non so se i sogni sbagliano o azzeccano, ogni tanto si dice siano ciò che vogliamo, ogni tanto ciò che prevediamo. Tante volte sono ciò che avremmo detto ma non abbiamo avuto il coraggio.
Anche dopo cena, giuro, avrei voluto raccontarti, ma poi abbiamo litigato. Non ce la faccio a fare come dicono gli psicologi delle riviste, quelli che in pochi semplici passi ci dicono come dobbiamo fare per abbattere anche la peggiore delle ansie.
Ci provo, parto dai loro ragionamenti, dalle loro analisi ma poi mi perdo.
Mi perdo anche con te. Ogni mattina guardo quanto sei bella, mi sveglio prima di te, mi sorprendo quasi a voler trovare qualcosa di brutto in quello che vedo. Quasi come se finalmente si scoprisse il trucco e io capissi che mi ero sbagliato, che non eri tutto questo incanto. Ma questo trucco non si svela mai, nemmeno in nuove rughe o smagliature che trovo mentre dormi, mi sembrano ulteriori segni di erotismo, mi attirano anche le tue imperfezioni.
Forse avrei dovuto dirti questo, magari il potere della parola avrebbe disteso i tratti, ci avrebbe avvicinati. Tu avresti premuto il tuo corpo sul mio e ci saremmo disfatti del sipario di inutile pudicizia che sono i vestiti.
Però ecco, prima che mi perda, c’erano questi tre sogni che ho fatto. Tre notti di seguito.
La prima notte ho sognato di baciarti a lungo, di sentire il tuo sapore buono, che non mi stanco mai di assaggiare. Quel sapore che deriva dal profumo naturale della pelle, che quando è buono batte tutti i profumi.
La seconda notte ho sognato di scrivere una canzone che ti era dedicata, poi un racconto, poi una poesia, poi un romanzo. E tutto filava benissimo, li avevo chiari in testa, sapevo nel sogno che sarebbe bastato svegliarmi e scrivere tutto, poi invece mi sono svegliato, mi sono perso nel gioco di trovarti un difetto, mi sono ricordato che io non so scrivere. Nè canzoni, nè poesie, tantomeno romanzi. A dire la verità non saprei dire nemmeno quale qualità ti ha portato ad accorgerti di me. Certo non qualche mio talento. Forse qualche dote. Non so. So che mi sono dimenticato le parole che usavi per descrivermi e questo penso sia grave.
Non lo so se è grave, so che è proprio dalle piccole crepe, dalle dimenticanze, dalle attenzioni che non ci sono più, giustificate da “ma tanto lo sai che ti amo, no?”, che cominciano i cedimenti strutturali. I cambi di parentela, quelli in cui quasi ci si vuole bene come fratello e sorella.
Sono i momenti in cui il più sveglio dei due paradossalmente è quello più innamorato. I tuoi occhi guardano con più interesse tutto il mondo, osservano e compiacciono, sorridono e si complimentano. Il tutto fino a quando si posano su di me, allora si spengono, faticano a trovare spontaneità. Spuntano quelle rughe strane, che sono tanto attraenti, ma sembrano strade verso qualcosa che somiglia a un orizzonte lontano.
Ma prima di qualsiasi altra parola volevo dirti dell’ultimo sogno.
Ieri ho sognato che ti conoscevo fin dall’asilo. Curioso, visto che noi ci siamo conosciuti adulti e feriti.
In ogni posto in cui andassi, ti incontravo, ma non era questo il bello. Ovunque, dall’asilo alle elementari, fino all’università, ti incontravo sempre il primo giorno. E poi anche alle inaugurazioni, al cinema, in libreria. A teatro.
E ogni volta succedeva la stessa cosa, mentre nel frattempo tu diventavi sempre più bella e adulta.
Ogni volta che dovevo sedermi, il posto libero, l’unico posto libero era sempre accanto a te. Ogni volta mi sedevo al tuo fianco, ogni volta con un tuo sorriso e basta, come fosse la cosa più naturale del mondo.
Poi nel bel mezzo del sogno prendevo un caffè con mio padre, buonanima. E gli raccontavo che non mancava occasione da anni che mi trovavo sempre seduto accanto a te. Mi piaceva parlare con lui.
Gli chiedevo come mai mi capitasse questa stranezza. Di avere sempre un posto vicino al tuo ovunque andassi. E lui rispondeva con il suo vocione: “ma possibile che sei sempre il solito testone? Ma non capisci? È un segno, significa che il tuo destino è stare accanto a lei, è il posto che ti riserva la vita, per natura, per chimica, perchè non so, ma magari da qualche parte è scritto così, tu devi stare al suo fianco.”.
Mi ero svegliato bene, bel sogno, bella l’interpretazione che mio padre mi aveva dato dentro il sogno. Bello pensare di essere cresciuti insieme, con quel posto sempre accanto.
Avrei voluto raccontarti questo sogno.
Ma non penso avrebbe risolto nulla, mentre ci dicevamo addio, mentre caricavo le mie valigie in macchina, mentre tu mi dicevi “ne abbiamo già parlato troppe volte, ormai non abbiamo più niente da dirci.”.
Mi sembrava fuori posto, dirti che io dovevo sedermi in quel posto accanto a te, quello che adesso è rimasto vuoto.

La protezione incoffessabile




Non lo avrebbe confessato mai. Mi accudiva da lontano, facendo finta di niente. Era capitato che da un momento all'altro, mio padre si trovasse da solo a vivere con un figlio non proprio ragazzino ma nemmeno adulto fatto e finito. Come se d'improvviso, dovesse fare anche un ruolo che non gli competeva. Erano le prime uscite da patentato, i primi raid notturni senza dare orari. Dapprima provò con una tattica che adesso definirei degna di Trump. Innalzamento dei muri e coprifuoco. Un giorno venne con gli occhi di bragia e mi disse:"da ora in poi in questa casa si fa come dico io e guai se disubbidisci!". Capirai, io abituato da anni a vederlo come la parte conciliante e tollerante della famiglia lo guardai con meraviglia, come se avessi realizzato che un alano piovuto dal cielo ci avesse cagato in salotto. E gli risi fragorosamente e irrispettosamente in faccia. E lui sportivamente disse: "io ci ho provato, essere autoritario non è cosa mia". La sua non era educazione presa dai manuali, erano tentativi fatti a volte col cuore a volte a cazzo. Ma mai con cattiveria. Appurato che non riusciva ad imporsi, mio padre iniziò a far finta di lasciarmi fare. Quando uscivo faceva la parte del padre moderno e menefreghista, ci mancava mi salutasse col cinque e mi dicesse "bella fratello". Appena uscito, iniziava un giro di telefonate ai miei amici, per poi farsi dire che era tutto a posto. Il sublime lo raggiunse un giorno. Io andai all'università. Al ritorno incontrai una ragazza. E si sa, a volte in queste occasioni gli esseri umani perdono la cognizione del tempo e rinnegano tutto, famiglia, amici e addirittura si vocifera, compagni di calcetto. Lei mi chiese di fare strada insieme, ma abitava da tutt'altra parte, rispetto a me. Per cui non tornai a pranzo. Arrivai verso le quattro del pomeriggio. Lui mi guardò quasi superficialmente. "Ah, sei tornato, eri fuori?". Io quasi mi offesi, per questa mancanza di attenzione. Andai nella mia stanza. Da lì sentii un mormorio sommesso, mio padre al telefono che diceva: "grazie, sì, è tornato a casa, stai tranquillo, a posto.". Uscii che lo sorpresi col telefono in mano ancora caldo di misfatto. Gli chiesi chi era tornato e con chi stava parlando. Confessò che era preoccupato dal non vedermi tornare, allora aveva chiamato un suo amico poliziotto, per dirgli se poteva magari controllare un pochino. Poi mi disse: "è che non voglio farti sentire un ragazzino, ma mi preoccupo quando non ci sei e non so come proteggerti.". Forse mi sono dilungato, ma è solo per dire che quella sensazione di fianco coperto non l'ho più provata. E forse è giusto così. Mica da adulti si può pretendere qualcuno che ti ami così e ti dica che andrà tutto bene? E con questa discrezione poi.

Le montagne degli adulti



Com'era il proverbio? Se la montagna non va da Maometto, e via dicendo. Questa è una di quelle storie in cui si sono incontrate a metà strada montagne apparentemente insormontabili e anime che vogliono capire. Siamo a Sarajevo, città multietnica e martoriata che a fatica sta riconquistando la sua vita dopo un conflitto sanguinoso tra vicini di casa. Un film già visto e che adesso si propone a qualche chilometro di distanza. C'è un bimbo che si chiama Zejd, lo vedete al centro della foto. L'anno scorso la mamma ha deciso che il bimbo andasse a scuola pubblica in prima elementare. Il bimbo ha un problema. È sordo fin dalla nascita. Questo lo limita fortemente nello stare con gli altri bimbi. Il problema di Zejd non è risolvibile, lui però conosce il linguaggio dei segni. Gli altri bimbi, allora prendono atto che la montagna non può muoversi più di così. Vanno dalla maestra e dopo rapida valutazione decidono meglio degli adulti. C'è chi eleva muri, loro passano le montagne. Decidono di imparare il linguaggio dei segni. Potranno così capire e giocare con Zejd. Vanno a casa e chiedono ai genitori di fare un piccolo sforzo economico per pagare un esperto. E in più, aiutano loro a casa a far imparare alle loro famiglie il linguaggio dei segni. Zejd è felice. E sicuramente lo sono anche i bimbi suoi compagni. E i muri di incomprensione meglio lasciarli agli adulti, a cui sembra piacciano tanto.

Troppu scrusciu


  • L’hai visto ieri sera il telegiornale?-
  • Per farmi bile con le solite minchiate?-
  • Dissero che hanno dato un’altra spallata alla mafia, hanno arrestato addirittura uno della cupola! –
  • Dove gliel’hanno data la spallata, nte’ capiddi?-
  • Mii, ma picchì a essiri accussì? –
  • Comu è iessiri, ancora siamo convinti che tutto si riduce nell’acchiappare la mosca che vogliono che vediamo, tuttu scrusciu e battaria, tanto per farci contenti, o forse per fare contenti a quelli che abitano fuori da 'sta isola buttana-
  • Ora pure la Sicilia non ti piace, non ci bastava Palermo, t’allargasti!-
  • Ma perché secondo te è mai possibile che questa è una città avvolta nel silenzio, tranne che quando acchiappano uno di questi? Pare quasi che serve per farci dormire una notte buona ogni tanto. Stasera mi vado a coricare felice. A munnizza un si sapi unni arriva, nelle classifiche di vivibilità siamo sempre verso il basso, perfino Roma ci supera, che lo smog se li mancia arrustuti, lavoro non ce n’è, poi però quando qualcuno che se ne è andato da Palermo ci ritorna, non se ne andrebbe mai più. Si è scordato tutto lo schifio che c’era. Parte con un pugnale nel cuore. per un po’. Poi basta che non se ne parla più ed è il primo che si scorda il richiamo del sangue. E dire che l’odore del sangue gliela dovrebbe risvegliare la memoria. Quanti morti ammazzati, 'sta città c’ha segnalibri ovunque, a ogni agnuni ci trovi il promemoria.-
  • Che è ora la storia del segnalibro?-
  • È bella Palermo. Se la giri ti viene il cuore, come se sfogliassi un libro fantastico, peccato che nei posti dove sei passato tu qualcuno due volte su tre ci muriu ammazzatu, ecco le lapidi in bella mostra, pure adesso davanti a noi che stiamo al bar, quella lì, di quel poliziotto bonarmuzza, le lapidi sono i segnalibri, qualcuno ha sfogliato in malo modo quella pagina e adesso è macchiata, ogni volta vedo quelle commemorazioni fatte dalle autorità di fronte a qualche pietra che ricorda i morti. Tutti davanti a stà balata o a stu piezzu ri fierru a dire quanto eroismo ha avuto chi è morto in quel posto, poi dopo le parole vuote, l’unico momento sensato, il minuto di silenzio, almeno si stannu zitti n’anticchia. –
  • Però è bello che almeno rendono omaggio a chi non c’è più e ha lottato per questa terra.-
  • Ma se arrivasse u signuruzzu una volta tra noi, lo sai che cosa gli chiederei? Una volta, almeno una, fai parlare chi è morto per Palermo, per la Sicilia, fai parlare, il Generale, i giudici istruttori, quel procuratore capo, il prete, quello che credeva che lo stato lo avrebbe protetto contro il racket, oppure fai parlare quel bambino a cui hanno sparato in faccia e ancora non si sa perché, lo sai che cosa direbbero loro di quel minuto di silenzio? Direbbero che non se ne fanno una minchia, loro al posto del minuto di silenzio, vorrebbero ore e ore di urla delle gente indignata, urla di stanchezza, di rabbia, di cambiamento. Vulissiru u scrusciu, tantu scrusciu.
  • Io ti capisco, ma mi pare che non sei obiettivo, e la bellezza di questa città dove la metti, un po’ di impegno i palermitani ce lo mettono almeno per continuare a tenerla così com’è, anche a migliorarla-
  • Dimmi una cosa, se tu hai u culu di fare innamorare di te una fimmina di quelle che si voltano tutti a guardarla, una di quelle che non è per nulla volgare, ma bella, non bella in italiano, che ancora non rende l’idea, ma biedda, come diciamo noi palermitani, con quel trascinamento consonante-vocalizio che allunga il concetto e lo rende esteso a ogni piccolo pezzo dei tuoi sensi. Una di quelle che la immagini nuda e pensi a un’opera d’arte. Che fai?-
  • E che faccio, me la tengo, sto attento che nessuno me la tocchi, la voglio solo per me, le dedico tutta la mia attenzione e le mie energie, o no?-
  • Però poni caso che lei, qualsiasi cosa tu faccia, è lì, non ti molla, qualsiasi cosa tu dica lei non ti contraddica, però esci con gli amici e non vuole, ti vuole solo per sé, stai a casa e ti suca u sangu tutte le sere, volendo solo fare l’amore e fare l’amore, ti vuole stare sempre appiccicata, che fai?-
  • Matri mia, scappo! Una così non è per me, vero è che il maschio ha bisogno che l’acieddu ci mancia, ma è pure vero che ogni tanto bisogna recuperare un po’ di individualità.-
  • Ecco, stà città è così, ti si appiccica addosso come una vesta surata, un ti lassa iri. Tu ti senti soffocare, ma lei si fa bella per te, solo per te, anche gli altri la vedono bella, me tu le conosci le vene, i ventricoli i gangli, la vedi sempre, la conosci tutta. Lei per noi sarà sempre sensuale, ma piano piano noi la trattiamo male. Di generazione in generazione è così. Abbiamo una città innamorata di noi, ma è una madre possessiva, una zita asfissiante, vuole le nostre labbra, tutto di noi stessi. Ci suca l’anima e nì lassa inebetiti. Ma non vuole davvero entrare nella nostra anima e capire quello di cui abbiamo veramente bisogno-
  • Mizzica, vieru è. Non ci avevo pensato, stà città si rigenera da sé stessa, invecchia ma non marcisce mai, sembra stregata.-
  • È stregata, credimi, stà città è maara. Come tutte le streghe non vuole troppi curiosi che le carpiscono i segreti. Ecco perché ogni tanto qualcuno fa malafine.-
  • Adesso mi vuoi dire che ci ama così tanto che ci ammazza?-
  • Guardami in faccia, ma tu in tutta verità, da quanto è che stai in giro, l’hai mai vista cambiare per davvero?, l’hai vista diversa, disposta a ascoltarti, o sembra che voglia soltanto quello che gli dai, senza curarsi di quello che provi?-
  • Ogni tanto però vedo che si migliora, librerie, spettacoli teatrali, zone del centro storico rivalutate. Dai non puoi negare che sia un modo per rinnovarsi.-
  • È trucco, in tutti e due i sensi in cui lo puoi intendere, si trucca per farsi più bella e fa i trucchi per farti credere che sta cambiando, ma appena credi di stare svoltando la curva, ti rendi conto ca sta vutannu tunnu.-
  • Per come lo dici tu pare che siamo sotto incantesimo-
  • Porca miseria, ma ancora non ti svegli? Chiunque delle persone, che vedi iscritte nelle lapidi, hanno capito il gioco, quello che noi non vogliamo vedere. Noi non ce ne andiamo da qui perché non riusciamo a svegliarci dal torpore, a noi fin da piccoli nell’aria mettono degli aromi incantati. Siamo fumatori d’oppio a cui hanno dato una bellezza di cartapesta, e noi minchioni la guardiamo, intanto alle nostre spalle fanno i porci comodi loro. Ogni tanto qualcuno di quelli che guarda incantato si sveglia. Allora comincia a guardare dietro lo scenario, allora vede i fili che ci tengono avvinti alla finzione e lì diventa scomodo, allora..
  • Allora l’ammazzano –
  • No, caro mio, ammazzallu e basta fa troppu scrusciu, la gente si domanda subito perché. Quelli che non sapevano niente, quelli che hanno la faccia alla scenografia, sentono u buotto e si voltano, un cadavere improvviso fa troppa scena dalla parte che non dovremmo guardare.-
  • E tutte le ammazzatine che sono successe? Com’è che la gente non si indigna?-
  • La gente si vergogna solo di quelli importanti. Se ammazzi un piscitieddu i cannuzza, a malapena i media ti rivolgono la parola, ma si ammazzi unu ca un sa avieva a tuccari, uno che comunque fa notizia, ecco ca accumincia a camurria, u scrusciu, tutti qui a dire “Palermo di qui, Palermo di là, i giovani si risvegliano, la gente vuole sapere, ecco che il nostro marchio di gente mafiosa è di nuovo pubblico. E questo a chi deve fare gli affari suoi è un rumpimentu ri minchia ca un ti ricu.-
  • Vabbè ma se ammazzano uno importante mica è meno importante se lo fai dopo un po’.-
  • E cà ti sbagli, ammetto che c’è gente che per naturale predisposizione riesce a rubare la scena comunque, da vivo e da morto, come quei giudici, pace all’anima loro, quei due hanno dovuto pagarli per forza con la stessa moneta, va sinnò un finievanu chiù i fari scrusciu, allora meglio fare un botto fare rumore per un po’ e poi l’indignazione generale va a dormire e si può ripigliare, magari stando più attenti, organizzandosi meglio.-
  • E se invece riescono a eliminare uno scomodo senza troppo rumore, come si finisce un uomo nel silenzio?-
  • Come si finisce? È facile, o meglio è lungo da fare, ma porta a un ovattamento della sua eliminazione. Si comincia a parlarne male, a creare dubbi sulla sua moralità, nel frattempo lo si avverte amichevolmente che quello che sta facendo non è opportuno per il suo bene, ma senza minacciarlo. Se capisce, bene, altrimenti si procede a maldicenza, perdita del lavoro, isolamento.-
  • Da come dici tu pare che parliamo di questioni lavorative.-
  • Guarda che non hai sbagliato di tanto, il mobbing è la parte pulita dell’atteggiamento mafioso. Il lavoratore scomodo, quello che pesta i calli, che è bravo ma non unge nei punti giusti e non mostra deferenza a chi è autoritario ma non autorevole, magari non viene eliminato come qui da noi, ma viene isolato, deriso, messo in un cantuccio. L’unico criterio discretivo è che non l’ammazzano.
  • Ma picchì oggi ti sei messo in testa di fare stì discorsi?
  • Perché oggi è l’ultimo giorno che sto qui, domani me ne vado
  • E dove vai?
  • Vado via, ho visto troppo, la magnificenza la bellezza, la sensualità di questa città, ne ho sentito le urla, i rimproveri, gli orgasmi, i gemiti, ma ora basta, è tutto rumore, ma niente che lo giustifichi.
  • Ma che vai via per sempre?
  • Vado via per quel che serve, vado via perché dopo stu scrusciu, raschia e raschia ma lavoro non se ne trova, vado via perché spesso sta città si trucca pi pariri biedda, ma si va curca ca è chiu laria ru sapiddu chi, non ce la faccio più a aspettare che mi voglia bene, a pregarla che mi dia le sue carni, che mi si conceda.
  • Hai ragione, non credo che sia facile quello che fai, ma non posso biasimarti, qui non ci sono certezze, non ci sono discorsi chiari. Il meglio questa città lo da ai turisti, a nuatri ca ci stamu ogni ghiuornu, ni runa sulu rascatura.
  • Però..
  • Però che?
  • Però puru a rascatura è buona, io a volte la mangiavo con mio padre, mi ricordo che la volevo al posto delle panelle e delle crocchè, il bello è che non è altro che un rimasuglio di padella sporca di olio di frittura, ma mi piaceva, se le panelle erano un cibo dei poveri la rascatura delle panelle era dei miserabili.
  • Ma chi fai chianci?, perché adesso ti metti a piangere?
  • A vò sapiri na cuosa?, io da domani mi divido, mi lascio qui la parte che si è innamorata, non me la posso portare appresso, perché so che se viene con me non mi farà piacere nessun altro posto. Mi porto il me stesso che che si accontenta, che fa a meno della bellezza. Perché questa città ti fa conoscere l’inferno, ma portandoti dalle strade più belle, a te restano negli occhi le strade, non dove ti ha portato, il cielo e non la merda che hai sotto i piedi, la sua bellezza e non i segnalibri fatti di lapidi. Stà città è biedda, perché si mostra e s’ammuccia, si nasconde, gioca con la sua biancheria, con la fibbia del reggiseno. Ma è profumiera, la sua sensualità te la fa solo ciarare. Stà città è così bella che la amo, la amo al punto che la odio
  • Minchia, non si può amare così, è devastante-
  • È comu u mari ca sbatti né scuogghi, lo sa che si fa male, ma torna sempre, sa che si fa male e ritorna, sa che si fa male ma ci si frantuma-
  • E adesso è quello che provi, stà sensazione di onda che sbatte?-
  • Quello che provo adesso, è troppo doloroso, un dolore sordo, come i bambini che si inventano le filastrocche e si ottundono con quelle pur di non sentire i genitori che litigano, io dentro c’ho una filastrocca, una poesia-
  • E chi l’ha scritta? –
  • Ancora nessuno, ma se mi dai un foglio la scrivo io-
  • Eccolo, scrivila-
  • Eccola –
  • Vediamo, ti taliu e si biedda, ti tastu e si duci, a lassariti, mi pari r’essiri misu ncruci-
  • Ti piace?, questa per me è Palermo in questo momento-
  • Io le rime non le so fare-
  • Mancu io ma stà città me le fa fare di getto, tantu è duci quantu è aspra-
  • Un chianciri però, non c’è bisogno di piangere.
  • Non sto piangendo, mi bagno gli occhi, così vedo tutto sfocato e domani che me ne vado forse me la ricordo di meno, stà pagina cu 'stu segnalibru

Alfred e la resistenza




La chiamano giornata della memoria. 27 gennaio.
Non è solo memoria dell’orrore. Ma memoria di resistenza. Si ricordano le deportazioni, chi non ce l’ha fatta. I principi di questa battaglia che nessuno avrebbe mai voluto combattere per i propri diritti violati. Anna Frank, Primo Levi.
Eppure.
Eppure ogni anno, sembra che non si sia guardato bene tra le righe. Ogni anno salta fuori qualche nuova storia, mai raccontata, o narrata distrattamente.
Tra tutti quelli che dai campi di concentramento si sono salvati scappando, c’è anche chi lo ha fatto nuotando. In un mare di tormento e vessazione.
Si chiamava Alfred Nakache. Era nato in Algeria, Alfred. Aveva paura dell’acqua, poi un giorno si tuffò e capì che il nuoto era la sua vita. Il vento freddo delle persecuzioni razziali lo aveva già respirato prima del 1936 a Parigi, dove viveva. E nuotava bene. Da Parigi andò via perchè prima che la sua dignità era stata tradita la sua fiducia. Entrava in vasca e veniva insultato. Un ebreo non può gareggiare per i Francesi. Così scrivevano i giornali. Alfred scappa a Tolosa, ma decide lo stesso di non arrendersi, nel 1936, con un clima da nubi nere di guerra, va lo stesso alle olimpiadi di Berlino. Gareggia e arriva quarto. Poi negli anni successivi record francese, europeo e mondiale.
Nonostante quelle strane correnti di pensiero che non lo fanno nuotare bene, Alfred va avanti. A Tolosa conosce sua moglie, hanno una bambina. Nakache non è più cittadino francese, revocata la cittadinanza.
Il 20 dicembre 1943, lui e la moglie saranno arrestati e deportati, la figlia subito dopo verrà trovata e fatta partire anche lei. Si pensa ad un collaborazionista, per la precisione un ex nuotatore che non ha mai sopportato Nakache.
Il treno della sua vita, lo porta ad Auschwitz. Dove perde di vista moglie e figlia. Fa amicizia con tutti Alfred, è un tipo tranquillo, ma tenace. All’interno del campo diventa una sorta di giocattolo, l’attrazione del potere. Sapendo che è un nuotatore, ogni giorno, per tutto il giorno, a temperature polari, ufficiali e soldati a riposo, lo faranno tuffare in una vasca di acqua sporca. Lo scopo? Divertirsi a fargli recuperare dal fondo oggetti che loro buttavano dentro. Sono convinti che prima o poi Alfred esploda, che diventi vulnerabile. Invece no. Alfred addirittura, quando loro si stancano, gli chiede col sorriso di continuare, che così si allena, si tiene in forma. Tutto nella speranza di rivedere moglie e figlia. Parla con tutti Alfred, anche con un omino garbato e colto, che incontra spesso nel campo. Nakache, tuffandosi e riemergendo, ce la fa, scappa dal campo, perde un amico pugile che non ce la fa, perde di vista l’omino garbato. In Francia ritorna, dopo la guerra, pesa la metà, gli amici lo faranno mangiare come un bufalo. Vincerà ancora, gareggerà ancora, si risposerà con il dolore dell’ignoto, di una famiglia fantasma di cui non sa più nulla. Morirà come è vissuto. Nuotando. Un attacco di cuore durante la traversata di un golfo. I compagni dicevano camminasse come Chaplin, forse di lui aveva anche questa grande forza, tragicomica di non arrendersi. A proposito, l’omino incontrato al campo, con cui Alfred parlava, si salverà anche lui, garbato e cortese. Si chiamava Primo. Primo Levi. Anche lui non scorderà mai. Nemmeno oltre le giornate di memoria.

La gatta e i giganti



Giovanni Falcone diceva che il coraggio non è assenza di paura, ma doverci fare i conti e andare avanti. Perché quando quello che stai difendendo è prezioso in maniera viscerale, allora devi esserci. Mettere da parte la tua voglia di stare in posizione fetale e guardare in faccia la vita anche se sembra che da un momento all'altro, finirà male per tutti. Mi hanno sempre raccontato che le rivoluzioni nascono dal basso. Beh, questa è una piccola rivoluzione che più bassa non si può. Poco tempo fa le macchine che transitavano sul Bosforo, a Istanbul, si sono trovate a dover evitare un mucchio di pelo in mezzo alla strada. E già qui parliamo di un piccolo miracolo, le macchine che evitano un animale. È un gatto. Bloccato in mezzo alla strada. Ora, provate a guardare il mondo come se fosse dieci volte più grande di voi, come vi sentireste in una landa di giganti da guardare dal basso? Non bene. Poi se quei giganti, tir, macchine, vi stanno per fare la pelle da un momento all'altro, credo ancora peggio. Il gatto rimane lì, non si muove, aria tra il disperato e il determinato. I soccorritori arrivano e devono chiudere il ponte. Esattamente, si ferma un traffico metropolitano e multietnico. Tutti inchinati alla volontà ferrea di non schiodare dalla strada. Il motivo? I soccorritori pensavano a paura, una ferita. Invece no. Il gatto è una gatta, ma c'è un'altra ragione. E la ragione è la più forte di tutte, quella che ti fa andare avanti con il coraggio della paura. La micia ha un cucciolo. È mamma. E non ha la minima intenzione di schiodare dalla strada se non ha in salvo il suo microbo peloso. Lei forte e determinata, lui totalmente incosciente a panza all'aria che gioca. Ma d'altronde è così, i cuccioli vanno difesi, sempre, da qualsiasi minaccia. Sono i genitori che devono andare avanti nonostante la paura. Anche quando ci si trova davanti al gigante.

Ruben


Esistono molti modi per rimediare ad un errore. Chiedere scusa è uno di questi. Il perdono è fonte di balsamo per le spalle. Ma non sempre possiamo rimediare. Non sempre siamo stati attenti a chi ha lasciato la mano durante la bufera e non l'abbiamo più recuperato. Ernesto Pellegrini, è un imprenditore di successo nel mondo della ristorazione. Famoso anche per essere stato presidente dell'Inter. Quando era ragazzo, la famiglia aveva dei terreni a cui badava un signore onesto e in gamba. Ruben, si chiamava. Per varie vicissitudini, quei terreni vennero espropriati, Ruben perse il suo lavoro e non riuscì a trovarne un altro facilmente, le cose cominciarono a degenerare, Ruben si ridusse alla fame. Mentre l'imprenditore Pellegrini lo perdeva di vista. Un giorno Ernesto Pellegrini, legge sul giornale che Ruben è morto come un clochard. Si ricorda di quell'uomo, della sua dignità e abnegazione. Ma per rimediare è troppo tardi. Non per provare a pagare un debito almeno in parte. Così viene creato il ristorante Ruben, a Milano. Appositamente dedicato a chi è in difficoltà finanziaria e non riesce a tirare avanti e a mangiare. Il pasto completo costa un euro, vanno spesso famiglie intere, portate anche dalle associazioni di territorio. In più si può anche proporsi per cercare lavoro, la fondazione di Pellegrini dà una mano anche a questo. Un piccolo grande modo per rimediare ad un errore di perdita e di distanza. A volte si può ancora chiedere scusa, in tanti modi, anche ogni giorno, con un pasto caldo. Grazie a Ruben, uomo di dignità, così tanta da meritarsi un ristorante.

Tenacia




- Papà che significa "tenace"?
- Tenace è chi vuole ottenere un risultato a tutti i costi e non si arrende.
- Allora chi è tenace vince sempre?
- No, a volte ci si mette di mezzo qualcosa che è più forte di lui, oppure un imprevisto.
- Fammi capire, gli imprevisti possono distruggere chi è tenace?
- No, ma lo possono far sbagliare, o non pensare bene.
- Mi faresti qualche esempio?
- Certo, vieni, siediti qui, ti racconto una storia di calcio, che è bello proprio perchè a volte vince chi è più tenace, a volte arriva una farfalla capace di creare un maremoto. Ti parlo del Liverpool.
- Ci avrei scommesso che mi raccontavi qualcosa di calcio, Liverpool? Intendi la città?
- No, la squadra della città, hanno una divisa rossa, e una storia di luci e ombre. In più hanno una particolarità, ogni volta che entrano in campo, il pubblico intona una canzone che dice che non saranno mai soli, che saranno sempre sostenuti, You'll never walk alone.
- E che c'entra il Liverpool con la tenacia?
- C'entra perchè devi sapere che il Liverpool una volta giocò una finale contro il Milan, tu non eri ancora nato. Alla fine del primo tempo, il Milan vinceva 3-0.
- E che successe?
- Successe che nel secondo tempo, Il Liverpool scese in campo con più tenacia, e rimontò i tre gol, poi andò a vincere ai calci di rigore, e pensa, questa cosa non gli era mai successa, non avevano mai recuperato tre gol in 124 anni di storia. Fu la prima volta.
- Allora è questa la tenacia che porta a vincere.
- Sì, ma come ti dicevo, a volte potrebbe non servire. Qualche anno dopo, il Liverpool giocava contro il Sunderland.
- Ha rimontato di nuovo tre gol?
- No, stavolta durante la partita, un giocatore del Sunderland tirò verso la porta del Liverpool, un tiro normale, si poteva parare.
- E che successe?
- Non ci crederai, ma dentro il campo, era appena caduto un pallone da spiaggia, uno di quelli leggeri che volano col vento, il pallone fu scagliato contro quel giocattolo e deviò la traiettoria, insomma fecero gol. un gol che non si era mai visto su un campo e che difficilmente si rivedrà.
- E poi la tenacia del Liverpool li ha fatti vincere?
- Questo è il punto, no. Nonostante tutti gli sforzi, dopo quel gol non ne fecero più. Stavolta la tenacia aveva sbattuto contro qualcosa di assurdo.
- Allora serve essere tenaci?
- Ti dico una cosa, bisogna sempre cercare di realizzare i propri sogni, con onestà e impegno vero, a volte ce la farai contro ogni possibilità, a volte quando pensi che sia tutto facile, beh, un pallone da spiaggia si metterà tra te e loro.
- In quel caso che faccio, papà?
- Nulla, se non aspettare un attimo, fare un bel respiro e ricominciare a correre, questa è la tenacia, anche contro l'assurdo che si oppone ai tuoi sogni.

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