Il Piccione multitasking



C’è una specie che è molto dannosa per il mondo intero. Vaga per le città e crede di avere importanza, camminando con fare impettito. Una specie che in molti esemplari, crede di poter volare sopra gli altri sentendosi superiore e perfino di cagargli in testa. Anche ai suoi simili, senza scrupoli. Convinta di essere al centro del mondo, quando poi non meriterebbe a volte nemmeno la periferia, almeno per certi esemplari della specie.

Hanno le facce spesso grigie. Gli occhi piccoli, indecifrabili. Un attimo prima si avvicinano interessati per il loro tornaconto, fosse anche una briciola di attenzione che devono sottrarti, un attimo dopo, ottenuto quello che vogliono, scappano via goffamente e mormorando. Credono di essere fini corteggiatori, tubano romanticamente appena adocchiano un esemplare femminile, ma se si rendono conto di un corteggiamento vano, provano la stessa tattica da un’altra parte.

Per nulla rispettosi troppo spesso delle bellezze artistiche e paesaggistiche, fosse per loro e per il loro tornaconto, tutto sarebbe ricoperto di merda. Mentre loro, tutti contenti, camminerebbero a petto in fuori, ciondolando.

Come dite? Si capisce anche dalla foto che sto parlando dei piccioni? No, vi sbagliate. Stavo parlando di noi esseri umani, di quegli esemplari che si comportano così, convinti di essere anche belli da vedere e interessanti da frequentare.
Voi direte, che c’entra la foto dei piccioni? C’entra.
Già perchè sembra che da recenti studi, a degli stimoli di compiere più cose contemporaneamente, rispetto all’uomo, il piccione sia più rapido. Non fa in tempo a finire una cosa, che subito ne inizia un’altra, molto più velocemente dell’uomo.

Sicuramente, rispetto a certi esemplari umani che incontriamo, al lavoro e nella vita, meglio sarebbe relazionarsi con un piccione. Molto più simpatico, meno invasivo, presuntuoso e vanitoso. E veramente multitasking. Parola ormai abusata per dire che non sappiamo fare una beata mazza, ma facciamo finta di saper fare tante cose, spesso solo per farci un curriculum così.

I feriti






I feriti non hanno memoria, non si ricordano di preciso quando si sono feriti.
Fosse per loro sarebbero feriti da sempre.
In famiglia sono il soprammobile sbagliato, quello che non ci voleva che te lo regalassero e che sta sempre nel mezzo. Se però un ospite nota il soprammobile, tutti ne decantano le lodi.
Se i feriti non fossero stati amati, sarebbe stato meglio. Saprebbero esattamente dove si trova il non amore. Invece no, sono stati nutriti con un amore tossico e leggermente velenoso. Una forma inconsapevole di assuefazione ad un allucinogeno che gli fa dire che amare è questo, altrimenti non si spiegherebbe.
Nascono con le mani sporche, con un errore in canna, i feriti. Quando si avvicinano a qualcuno sono goffi, procurano danni. E hanno tempo durante la notte.
No dormono pensando a come farsi amare meglio, come farsi dire che hanno fatto bene.
Crescono storti, perchè non sanno da quale parte tira il vento che li tiene su come si deve.
Col tempo imparano a fare a meno di tutti. E se una mano si tende, loro odiano la mano tesa. La odiano perchè non riconoscono aiuto. E anche perchè è arrivata tardi, quando ci si è abituati a non avere aiuto.
Sono istrici, chiuse a riccio.
A volte sono sensibili. Ma non fa bene. Perchè è come la carne sanguinante messa in acqua di mare. Fa un male cane. Un male istrice.
A volte provano a passeggiare spensierati e far finta che la ferita non ci sia. Allora iniziano a parlare in prima persona. La parola “IO”, diventa il loro autoerotismo. I feriti lo fanno. E fanno. Oppure mandano segnali. Amami, prenditi cura di me, io non merito questo. Credono di meritare, o di meritare troppo.
Non ascoltano, sono là, a guardarvi, ma sono altrove e quando tornano il discorso è già finito. Ma loro lo vestivano con la loro ferita e se non coincideva non era un discorso interessante.
Reagiscono male, malissimo se qualcuno scopre il punto esatto della ferita. A quel punto pretendono, esigono giustizia, urlano. E poi si ritirano, feriti. Oppure avevano fatto il callo, allora massaggiano la ferita e dicono “eccone un altro che mi ha provato a far male”.  
Non lasciano mai andare. Mai.
Poi però possono perdere la memoria, scombinare gli archivi, trovare la boccetta di veleno che gli hanno somministrato, scoprire la malattia, trovare la cura. Vanno avanti, ma non saranno mai ripuliti davvero. Qualcosa a volte li riporta indietro. Come proprietari di vecchi ombrelli dimenticati al bar. Potevano lasciarli là, ma li rivogliono. Ci ricascano. A volte invece gli ombrelli rimangono al bar e loro sono a guardare un tramono, un mare in tempesta. Un vento che schiaffeggia la faccia e fa meno male di altri schiaffi.
E si perdona prima di perdonare, il ferito.
E comincia a credere di guarire, il ferito.
E a volte, guarisce davvero.

Il sorpasso




Fine della vacanza, tempo di rodimenti da ritorno dalle ferie. I buontemponi che postavano foto incantevoli scrivendo “eh che brutta vita”, tornano a fare la vita di prima, perchè non è che avessero svoltato, ma semplicemente avevano 10 giorni di ferie e a turno come i criceti, si scende e si sale sulla ruota. Tutti. Ma quello che più si nota è che le autostrade sono invase da masse di ritorno a casa. Macchine piene di capofamiglia che per qualche ora conteranno qualcosa perchè portano la famiglia a casa. Si spera compreso il cane. La faccia è quella di chi è al volante e controlla tutti. Onnipotente come quando si riesce a stappare la bottiglia di salsa alla moglie, o le si aggiusta la presa del forno. “Se non ci fossi io…”. Poi magari la moglie nella vita di tutti i giorni è abile al volante che Vettel è una suora. Ma l’autostrada è loro, tutta. E tutti pronti a prodursi in quella gara a chi ce l’ha più grosso che ha una parola sola. Sorpasso. In questi giorni si notano vari tipi di sorpasso, qui provo ad elencarne alcuni.

Sorpasso precoce - l’autore lo fa con tutto il desiderio e la brama di rimanere a lungo nella corsia di sorpasso, una volta dentro però, viene travolto dalla velocità altrui e deve ritirarsi non avendo resistenza. Poi si giustifica dicendo “non capisco, è la prima volta che mi succede…”.

Sorpasso Interruptus - tra i metodi di sorpasso più sconsigliati, si fa entra ed esci dalla corsia senza costrutto e poi si ritorna in corsia di marcia quando potrebbe essere troppo tardi, perchè piena e gravida di macchine.

Sorpasso Tantrico - detto anche di Sting. C’è chi sostiene di averlo fatto e di essere poi rimasto nella corsia di sorpasso per sette ore filate, ma sa tanto di monchiata e non ci crede nessuno, tanto che si è costretti a ritrattare, proprio come Sting sul sesso.

Sorpasso rusticano - comincia con una lampeggiata alla macchina davanti, che però non vuole saperne di spostarsi, quando lo fa, ingaggia con chi lo ha sorpassato una gara a chi si supera di più, fatta di sguardi torvi e maledizioni. Di solito si conclude con un arrivo all’autogrill dove i due sorpassanti nomineranno i baristi come padrini e si sfideranno a colpi di panino Apollo sullo spiazzo antistante la scritta gigante, tra ali di folla urlante.

Sorpasso scanner - Chi sorpassa non si accontenta di aver fatto retrocedere il rivale, ma vuole guardarlo, capire come è fatto, intuire i suoi sentimenti da finestrino a finestrino.

Sorpasso Berlino 2006 - Quello fatto dal furbo di turno che con tre corsie ingorgate, si fionda in quella di emergenza. Guadagnando metri. Ma ogni tanto il dio del Telepass interviene e castiga. Dopo qualche chilometro il coglionauta viene fermato dalla stradale, che gli fa una multa larga quanto un tappeto persiano e del valore dello stesso, come cucito da Serse in persona. Viene chiamato così, perchè il resto degli automobilisti che passano ad incedere lumachesco davanti alla scena del multone srotolato, scendono dalle macchine e tra perfetti sconosciuti si abbracciano, come alla finale della coppa del mondo al rigore di Gorsso.

Sorpasso Cristoforo Colombo - detto anche del navigatore rincitrullito. Mentre vi trovate in tratti di autostrada recenti, il vostro navigatore non li riconosce e li scambia per strade urbane, urlando repentino “tra due millimetri gira subito a destra!!”, se si è e lobotomizzati si finisce pure per obbedirgli, ritrovandoci dentro al cantiere di Sasso Marconi non si sa come, tra le urla di automobilisti ed operai che chissà perchè provano ad indovinare il mestiere di madri e le doti morali dei padri.

Sorpasso capitalista - facile, quello fatto dal macchinone ai danni della povera utilitaria poi seminata. La lotta di classe in autostrada.

Sorpasso proletario - facile, quello fatto dall’utilitaria quando al macchinone si fonde il motore e ripara in corsia di emergenza, la lotta di classe in autostrada 2, la vendetta.

Sorpasso Moby Dick - come il mitico capitano Achab che d’improvviso vede la balena bianca, così scorgiamo all’ultimo momento l’autogrill dove fermarsi assolutamente per pressione vescicale di tutta la famiglia ormai oltre la guardia, o lo svincolo che assolutamente dovevamo prendere. Segue manovra in diagonale, azzardata, con un pizzico di marcia indietro e arpioni di ancoraggio al cartello di uscita, bilanciamenti da un lato dell’intera figliolanza per spingere la macchina nella direzione giusta e infine, bestemmie da vecchi lupi di mare di chi ci stava dietro in corsia, molto colorite nevvero.

Sorpasso alla cieca - bagagliaio pieno fino all’inverosimile, zainetti seven e Winny The Pooh schiacciati sul vetro, visuale azzerata dietro, si attua uno studio delle correnti e si mette in funzione il senso di ragno per captare il minimo rumore diverso, poi si affronta il sorpasso e il rumore diverso arriva, col suono di “che cazzo fai?” Urlato da dietro e le mani tese a simulare corna di cervo che esce di foresta, come diceva Boskov.

Sorpasso inutile - Nessuno davanti al sorpassante, nella corsia di mezzo, potrebbe procedere tranquillo, velocità media, ma no, deve andare in terza corsia, perchè non si dica che non sfidi la sorte. Infatti la sfida, a colpi di chitemmuort, esclamati da chi va più veloce.

Sorpasso tra gentiluomini (gentlemen’s sorpass). Leggenda narra che esista, una macchina mette la freccia, va nella corsia apposita, la macchina davanti è più lenta, il guidatore di quest’ultima se ne avvede, alza la mano in segno di scuse e mette la freccia per rientrare, il sorpassante guarda e dona un sorriso, restituito dal sorpassato. Dicono esista. Ma nessuno lo vede fare dai tempi delle 126 Camelot.

In ogni caso, scherzi a parte, pensiamo che guidare è più importante che stappare un barattolo di salsa, abbiamo spesso in macchina un carico importante che in breve riassume la nostra vita, le persone che amiamo. Buon rientro. a tutti i sorpassanti.

Come Titino




  • Papà, hai mai avuto dubbi?
  • Faccio prima a dirti quando non ne ho avuti.
  • E cosa fai quando hai un dubbio?
  • Una volta ragionavo, rimuginavo, cercavo la soluzione migliore.
  • E la trovavi?
  • No, anzi, forse peggioravo le cose, specie se dovevo decidere se fidarmi o meno di qualcuno.
  • E perchè?
  • Perchè davo retta al ragionamento, mi dicevo che ero io a convincermi di cose sbagliate e che dovevo dare fiducia.
  • E invece?
  • E invece facevo meglio a dare retta al primo istinto, a costo di sembrare pure indelicato. Facevo peggio per non ferire. O per non volere ammettere di non essere per nulla simpatico e gradito.
  • Eh, proprio quello, non si può piacere a tutti.
  • sarebbe sbagliato, non capiremmo mai chi ci va a genio e chi no, anche chi non ci trova graditi ci aiuta, sappiamo i nostri difetti, o sappiamo che certe persone non ci amano per qualcosa che di noi non cambieremmo mai.
  • Io non voglio cambiare per gli altri.
  • Non farlo, fallo per rispetto, per chi lo merita, ma non è cambiare, è più un pezzo di legno che pian piano si modifica se lo bagni, resta sempre legno, ma si arricchisce, ha qualcosa di diverso.
  • Papà ma adesso che fai quando hai un dubbio? Mica ho capito.
  • Vediamo, ti racconto una scena. C’è un film dal titolo lunghissimo, riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteropsamente scomparso in Africa?
  • Che titolo assurdo!
  • Sì, ma un film bellissimo. Ecco, in questo film Nino Manfredi lascia tutto e scompare in Africa, il cognato, Alberto Sordi, decide di andarlo a cercare e fa una avventura meravigliosa e pericolosa per trovarlo.
  • E lo trova?
  • Lo trova, ma nel frattempo è cambiato lui, prima credeva che gli piacessero le persone con cui divideva la sua vita, poi si è accorto che perdevano tempo, che erano noiose e facevano solo cose stupide e che non erano paragonabili a quello che aveva passato.
  • Era cambiato come il legno.
  • Esatto. Quando trova l’amico però ancora non lo sa, poi ad un certo punto tutti e due vanno via da un villaggio dove l’amico faceva lo stregone ed era adorato e amato dalla tribù, salgono su un battello e vanno verso la civiltà. Solo che la tribù se ne accorge e i selvaggi vanno verso la spiaggia ad intonare un coro: “II-UE-AA!!”, dicono. Una cosa incomprensibile. Ma l’amico nel film si chiama Titino, e gli sembra che i selvaggi gli dicano “Titì nun ce lassà!”. Titino sembra per un attimo essere convinto di tornare a casa, tra la gente civile.
  • E invece?
  • E invece gli vengono in mente le serate noiose con chi spegneva la sua vita, si tuffa e torna da loro. Il cognato lo richiama, ma niente e nella scena prima della fine, si sta quasi per tuffare anche lui, e allora il suo assistente gli chiede: “Dottore ma che fa, si butta?”. E lui risponde “e che faccio ragioniere? Non lo so che faccio”. E rimane sospeso.
  • Papà?
  • Dimmi.
  • Anche io voglio diventare come Titino.
  • Allora ti faccio sentire una musica bellissima, piaceva a tuo nonno, mio papà. Ogni volta che deciderai qualcosa, sarà a farti da colonna sonora.
  • Ma tu che avresti fatto?
  • Avrei fatto come Titino. Come vuoi fare tu. 

Una massa di licaoni



Stando ad alcuni studi, esistono delle specie animali che danno ordini starnutendo. Tra queste spiccano i licaoni. Sono dei canidi famosi perché fanno una dieta molto carnivora.

I capi dei Licaoni manifestano il comando che il branco vada a caccia proprio tramite una serie di starnuti intensi. Il che deve far sperare che non capiti mai che il capo sia veramente raffreddato. Se no comincerebbe a dare ordini a cazzo di cane. E stavolta non solo metaforicamente.

Questo porta me ad elaborare un pensiero. Credo di avere capito da dove derivi il termine tanto usato sui social di “influencer”, che sarebbero coloro i quali influenzano le scelte di molti follower con le loro opinioni. Abbiamo preso comportamenti da licaoni. A parte già il termine influencer riporta agli starnuti quasi per associazione, ma poi in effetti basta uno starnuto di questi capi social, che il resto del branco (in termine biologico eh, senza offesa), si muova e intervenga.

Insomma siamo una massa di licaoni. E nessuna Tachipirina ci salverà. Ah, questo comportamento ce l'hanno anche i gorilla. In canide carnivoro e il nostro parente più prossimo. Non so se ci siamo evoluti. Buono starnuto influencer a tutti.

SUCAPRUNO




A turno siamo tutti automobilisti con la sindrome denominata scientificamente “Sono Uno Con Automobile Per Raggiungere Un Nuovo Obiettivo”. In acronimo SUCAPRUNO.
La sindrome del SUCAPRUNO colpisce in maniera trasversale ogni automobilista, dal Suvvia ( proprietario di SUV per la via) al WWF (proprietario di Panda e in quanto tale in via di estinzione). Consiste in una improvvisa mutazione di atteggiamenti. Si adotta un piglio con mascelle dure e gonfie come uno scoiattolo abboffato di noci. Espressione incazzata, signor Carunchio con la Melato per intenderci. E un fumetto leggibile fin dalla fine della strada che ci orbita sulla testa: “ma cosa cazzo ne sapete voi di tutto quello che ho da fare io”. Da quel momento diventiamo Hamilton costretto a rallentare dalla Safety Car.

Facciamo ruggire il mezzo odorando il culo ad ogni macchina che osi frapporsi tra noi e la meta agognata. Non si salva nessuno, nemmeno la cognata della meta suddetta. Urliamo epiteti ipotizzando parentele fino alla settima generazione, ovviamente al confronto a Sodoma e Gomorra giocavano a biliardino e a nomi cose e città, rispetto a quello che diciamo dei congiunti del guidatore che ci ostacola.

Il tutto perché questa sindrome ci fa apparire le nostre incombenze come fondamentali rispetto agli accadimenti dell’orbe intero. E sembra che dobbiamo salvare il mondo, spedire un rene in Lapponia per una operazione urgente, sostituire Razzi nel ruolo di paciere tra Trump e il bimbo permaloso occhiamandorla che gioca con le bombe. La faccia è quella di Chuck Norris a cui hanno appena pisciato sul copertone del fuoristrada.

La sindrome del SUCAPRUNO, crea una alea di onnipotenza che fa apparire ostacoli irrilevanti i semafori, stop, strisce pedonali. E chiunque orbiti intorno ad essi. Ci sentiamo sovrani del mondo.

Il problema è che più che un portamento regale, sembriamo come l'imperatore della novella di Andersen, che credeva di essere bello nella sua veste ed era semplicemente ridicolo, perché nella sua illusione non si era accorto di essere nudo.

E quando ci comportiamo così, diventiamo esattamente ciò che la sindrome suggerisce, dei SUCAPRUNO. Ma stavolta senza acronimi scientifici.

Fotografie dialettali






Racconto pubblicato su Repubblica Palermo il 12 settembre 2017

Dedicato alla mia compagna che ha diviso e capito la mia città con me e la mia nostalgia di lei.


Essere di ritorno, ricondurre la propria esistenza alle sue radici. La scalata di un albero al contrario. Nessuna nuova esperienza, nessun posto da scoprire, ma luoghi da spolverare, magari constatando che il tempo ha depennato la magia che ti sembrava avesse da piccolo. È che forse ti hanno spiegato il trucco.

E non dovevano, ma ti rovinano sempre tutto da quando ti hanno detto che Babbo Natale non esiste. Il ritorno ai luoghi dove sei nato è così, spesso il pretesto è la vacanza d’estate. Ferie che diventano parentesi quadre nel tondo circolare e ciclico di una vita che spesso volevi diversa. Calci ad un pallone con regole inventate, convivenze tranciate o risolte, continuate o dissolte. Gruppi che sembravano inscindibili, amicizie che sembravano imprendibili. Eri tutto nei luoghi in cui non hai più niente. Casa da un’altra parte, lavoro che fa giochi di prestigio e a volte sparisce e scappa, più velocemente del tuo amico. Quello forte che vi faceva vincere i tornei di quartiere, il fantasista che sembrava Maradona circoscritto da grate e spiazzi di mamme urlanti. Che da lì non ha avuto il coraggio di scappare e di fare davvero il calciatore.

Lì fuori il mondo fa paura, e se non ti ci lasciano a forza dietro la porta di casa, non te ne vai. Perché le radici natie sono robuste, perché a guardarle bene sono vive, pompano sangue, non sono radici, sono vene, sono vita. Quel posto del quartiere dove hai dato il primo bacio, fingendo di essere navigato nel mondo della vita, non eri nemmeno un marinaio che sapeva spiegare le vele, figuriamoci comprendere il mondo. Non sapevi di vivere in una città che riempiva i suoi contenuti di storia. una materia che a scuola amavi senza sospettare che quei vicoli, quei posti, alcune vie, ne avrebbero fatto parte e tu con loro, nella tua memoria visiva. Chi ti avrebbe mai detto che Capaci, dove andavi con la tua fidanzatina poi avrebbe avuto una data di scadenza.

Da consumarsi entro il 23 maggio? Chi ti avrebbe mai detto che quel sole nero del 19 luglio lo avresti visto affacciato ad una finestra proprio in quel momento. Che la diga con cui avresti guardato la tua città, prima e dopo, aveva una scritta prima incomprensibile come un codice riservato agli affiliati. 1992. Te ne sei andato che pensavi non ti sarebbe mancato nulla. Convinto che una casa si può costruire e una famiglia rifare. Che la tua parte di figlio di una città bellissima, buttana, fallace e mortale era finita e cominciava quella di padre. Convinto eri. Beato te. Ma la casa senza fondamenta dove la vuoi fare reggere? E le vere fondamenta a radici assomigliano.

Ti piaccia o no. E le radici per vivere hanno bisogno di essere vive e nessuno vive senza perdono. Lo sai, il rancore ammazza e non seppellisce, rovina dentro e fa fuori. E invece adesso giri una città che era tua, ne guardi strade che rileggi come un libro che avevi preso in epoca sbagliata, non ne capivi il senso, perché alcuni romanzi sono carichi di vita e si leggono carichi di anni. Tu che ne sapevi quanto preziosa fosse quella arte che lei, città bella pure zozza, ti porgeva sensuale quasi sbattendotela in faccia come una popolana volgare e bella, anzi biedda? Che ne sapevi che quello che respiravi era effluvio e malo odore che ti sarebbero mancati come ossigeno a chi sta sott’acqua e sarebbe tempo di risalire? Chi te lo diceva che la testa dentro quel mare la terresti fino a farti scoppiare i polmoni e fare indigestione di sale, che quel mare magari è uguale, ma come lo spieghi che non è così? Come fai a raccontare una vita che non hai fotografato se non dentro la tua mente? E che hai tenuto nella camera oscure delle cose che non vuoi confessare.

Perché fa male dire che sei tornato da turista nella città che diceva di averti dato la vita. Perché Palermo, in cui sei nato, ti ha concesso la libertà di accettare le sue radici così come sono, combatterle per quello che stringono fino a far male, andartene sconfitto che non è cambiato niente, o forse sì, o forse ci siamo sbagliati, ancora no. Bellezza ondivaga che richiama, che spolvera foto narrative e mnemoniche. Questo ti avrei voluto dire della mia città, Palermo, quando ti ho portata per la prima volta, quando te l’ho fatta guardare con i miei occhi e parlata con il mio dialetto.

Questo volevo dirti. Ma poi ti ho vista incantata, accanto a me che osservavi la sua bellezza, quella del mostrato e non detto. E ti ho lasciata fare, guardando incantato il tuo sguardo intenso su di lei. La più bella fotografia.

E vissero tutti feriti e contenti, il mio nuovo libro







E Vissero Tutti Feriti e Contenti
Disponibile in tutte le librerie dal 25 settembre 2017.

Un padre che deve prendere una decisione pesante per la sua vita e per quella di chi ama.
Suo figlio che cammina accanto a lui, bambino inconsapevole del peso che l’uomo si porta dentro.

Un circo spunta dalla nebbia, il capocomico che presenta le attrazioni in giacca rossa,sembra aspettarli.
Uno spettacolo si consumerà davanti ai loro occhi. Una rappresentazione di vita, fatta di degrado, disonestà, pregiudizi, solitudine. Ma anche redenzione, aiuto, umanità trovata in luoghi dove dovrebbe esserci solo distruzione e rassegnazione.

Un percorso fatto di bestie feroci dal cuore generoso e uomini irreprensibili gelidi come killer.

E un prezzo da pagare alla fine dello spettacolo, che il capocomico esigerà dal padre. Per intero. Senza sconti.

A introdurre le attrazioni di questa esistenza circense, le parole di Enrico Ruggeri. Delicate come un sipario che sfiora ferite aperte. Mi ha regalato parole di raro sentire. Un equilibrista delle armonie e di storie di chi è rimasto indietro.

Tutto questo nel circo narrativo che tra poco troverete in tutte le librerie. E lo spettacolo sarà offerto anche a voi, se avrete la compiacenza di seguirmi. Vi aspetto. Si parte. Dal 25 settembre.

Meglio gechi



In casa mia è entrato un geco. I primi tempi avevo deciso di rimetterlo fuori, ho rischiato una extrasistole mentre mi guardava sul piano del lavabo, salvo poi cagarsi addosso anche lui e scappare sulla parete. Due geni, io e lui. All’inizio ho cercato di convincerlo in maniera quasi intimidatoria a tornare da dove era venuto. Gli ho detto che era ora di dire basta a stare su pareti di casa a cinque stelle a 35 insetti al giorno, poi gli ho detto che se voleva lo potevo aiutare a casa sua. Ma lui niente. Sordo alla polemica.

A quel punto ho deciso che poteva pure restare, tanto fastidio non ne diamo a vicenda, visto che abita posti della casa che io non posso calpestare. Ho scoperto che questa loro capacità di starci beffardamente sopra la testa, si chiama “forza di Van der Waals”, dal nome dello scienziato tedesco che l’ha scoperta, ma ho anche appreso che stanno su per reazione elettrica, cioè senza collante o secrezioni. In poche parole hanno peli che si sfregano sotto le zampe in continuazione, ognuno di loro, in grado di reggere il peso di una formica.

Visto che sarebbe restato, gli ho dato anche un nome, a proposito di Spiderman, l’ho chiamato Lizard, anche se quella era una lucertola. Ho il dubbio che sia femmina. nel caso in cui scoprissi la verità con la stessa meraviglia del pubblico quando Dustin Hoffman nel film Tootsie dice di essere uomo, abbrevierò furbamente in Liz.

Stamattina ci siamo trovati entrambi in cucina, io e Lizard, abbiamo cominciato a parlare. O meglio io parlavo, lui taceva. Tra una fetta biscottata e un’altra gli ho descritto il male che fanno le persone quando sono come sua cugina vipera. Ovvero si nascondono bene e sembrano buone, poi mordono quando meno te lo aspetti, e fanno molto male. E anche quelli che si comportano come il suo prozio Camaleonte, non mi stanno tanto simpatici, perchè cambiano colore a seconda del vento che tira. O i coccodrilli, che sembrano essere qualcosa che non sono e poi quando gli dai le spalle ti fanno a pezzi sbranandoti con i loro simili.

Invece sua nonna Tartaruga la ammiro molto. Capace di sbattersene allegramente il guscio del tempo e delle cattiverie che passano, degli amori, del mondo. Aria pacifica e indolente e andatura quanto quella di una pratica qualsiasi affidata alla burocrazia italiana, anzi. Sicuramente la tartaruga è più veloce.

Gli ho detto anche che fatico a capire le persone che fanno male, i suoi parenti li capisco, per carità, lo fanno per sopravvivere, “ma noi”, gli ho chiesto, “che motivo abbiamo secondo te per avvelenare, intossicare, camuffarci, sbranarci tra noi?”.
Non ha risposto, meno male. Lo avesse fatto sarebbe stata un'altra extrasistole grave, molto più di me che faccio domande ad un geco.
In ogni caso, Lizard si guadagna la pagnotta, da quando c’è lui, in casa non vola una mosca e non punge una zanzara, giuro. Anche se gli ho detto di non mangiare troppe mosche, sono lo junk food degli insetti, con tutta la merda su cui si posano. Ma niente, gli verrà una dissenteria.

E poi lo so perchè non mi ha risposto. Io lo immagino cosa pensa, del mondo che gli ho descritto.
Meglio gechi, che male accompagnati.
E hai ragione, Lizard. Mi raccomando, continua così, che abbattiamo almeno la spesa del Vape.

Tardigrado




Questa sorta di essere a metà tra l’inquietante e il monciccioso, si chiama tardigrado. Un microrganismo che vive nei mari. Sembra un brucone a cui hanno schiacciato la faccia, un wurstel con le zampe, abbondantemente avariato. Per fortuna non raggiunge manco il millimetro di lunghezza, immaginatevi trovarsi questa lumaca monocola davanti se fosse delle dimensioni di un sanbernardo per casa al buio, mentre vi alzate nottetempo come quello che non prende il medicinale della prostata e svanga le balle a tutti: “avevo sete, la luce era rimasta accesa…” e via dicendo.

Perchè vi racconto di questo stronzetto dei mari? Eh, perchè a questo qui gliela possono sucare pure gli scarafaggi, i topi e gli scorpioni, ovvero gli esseri viventi che resisterebbero alla guerra nucleare. Tardigraduccio se li mangia a colazione.
Prima di tutto, il tardigrado è in grado di resistere 30 anni senza mangiare. Avete capito bene. Noi che non resistiamo nemmeno trenta minuti senza cornetti veganbionutellosizabaion, questo si mette tranquillo e per trent’anni gli può pure chiudere il supermercato sotto casa, se ne fotte.
Poi resiste a temperature che vanno da meno 272 gradi, fino a più 150. In pratica, quanto almeno dieci volte un utente medio di facebook prima di sfracassare lo scroto con mazza fluttuante, lamentandosi che fa freddo e che fa caldo. Il giorno che il tardigrado posterà su Facebook “uff che caldo, voglio l’autunno”, non lo leggerà nessuno, manco un like, perchè saremo tutti morti in graticola. Tranne Zuckerberg che è eterno.

Quando le altre specie saranno morte, si è calcolato che lui potrebbe vivere 10 miliardi di anni in più. Qualche tacca sopra dell’ultimo concerto dell’ultima reunion dell’ultima volta che sono stati insieme i Pooh. Li supera di poco. Ma li supera. Quando la terra sarà una latrina desolata, lui vivrà ancora sciacquandosi allegramente le palle. Deve il suo nome al fatto che procede lentamente. Sempre detto io, che la fretta ci ucciderà tutti.

Resiste anche a impatti con: asteroidi di medie dimensioni, quelli grossi no, taglia M insomma, raggi gamma, meteoriti. Goldrake che tanto ci piaceva, sarebbe già fuori gioco alla prima scoppola, mentre il Tardi (nomignolo affettuoso), manco si è alzato dal letto per vedere che succede.

Voi direte, perchè ci annunci ciò? Perchè dovevamo sapere che questo tricacaro (incrocio tra tricheco e acaro) ci darà le piste e quando saremo tutti agli alberi pizzuti lui farà festini sniffando alghe?
Semplice, il tardigrado è un invertebrato. Quindi attenti da ora in poi a dare dell’invertebrato a qualcuno, perchè magari lui passeggerà per il pianeta indisturbato, mentre noi saremo polvere da levare con lo Swiffer. Hanno capito tutto di come vanno le cose, gli invertebrati.

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